Tremila atleti sfidano il mare e il cronometro ad Alghero: il debutto dell'Ironman incorona Driesen e Herzog

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La prima edizione della massiccia gara internazionale porta in Sardegna concorrenti da tutto il mondo. Il belga e la svizzera dominano le tre discipline, ma il pubblico celebra la forza di volontà dell'ottantaseienne britannica Daphne Belt.

Le acque limpide della spiaggia di San Giovanni, riscaldate a ventuno gradi e mezzo, hanno fatto da palcoscenico naturale al debutto storico dell'Ironman nella Riviera del Corallo. Domenica 7 giugno, quasi tremila atleti si sono lanciati nella sfida estrema che unisce nuoto, ciclismo e corsa. Il termine stesso triathlon affonda le sue radici nella lingua greca, fondendo la parola treis, tre, con athlon, lotta o gara: una vera e propria battaglia contro i propri limiti fisici e mentali. La sigla 70.3, che accompagna ufficialmente il marchio della competizione, non è casuale ma indica la somma esatta in miglia delle tre distanze previste, pari a circa centotredici chilometri complessivi tra le onde e l'asfalto.

La truppa dei professionisti è scattata alle otto in punto del mattino per affrontare quasi due chilometri a nuoto, novanta chilometri in bicicletta tra i tornanti mozzafiato del Parco Naturale di Porto Conte in direzione Capo Caccia, e infine ventuno chilometri di corsa lungo il lungomare e il centro storico algherese. Nella categoria maschile ha tagliato per primo il traguardo il belga Joran Driesen, fermando il cronometro a tre ore, trentotto minuti e ventinove secondi, staccando così lo svizzero Simon Westermann e il francese Pierre Dupuy. Il vincitore, ancora carico di fatica, ha fotografato così la sua gara: «È una sensazione incredibile! È la mia prima vittoria da professionista e ne sono davvero felice. L’organizzazione è stata fantastica. Tutto è stato perfetto, dal briefing dei professionisti al check-in, è andato tutto benissimo. Grazie ai volontari, ce n’era uno ad ogni incrocio, grazie all’organizzazione!». Sul fronte femminile, lo scettro è andato alla svizzera Sophie Herzog, capace di chiudere l'estenuante percorso in quattro ore, ventitré minuti e cinquantanove secondi, seguita sul podio dalla tedesca Sophie Drews e dalla spagnola Georgina Alonso.

Oltre ai fuoriclasse di vertice, la macchina organizzativa ha mosso un vero e proprio esercito di amatori, segnando un successo logistico di proporzioni notevoli. Le statistiche confermano l'attrattiva globale della tappa sarda, con il cinquantiquattro per cento dei partecipanti proveniente dall'estero. Le nazioni più rappresentate, dopo l'Italia che ha fatto la voce grossa sfiorando la metà degli iscritti, sono state il Regno Unito, la Germania, la Francia e il Brasile. I dati snocciolati dall'organizzazione tracciano il profilo di un movimento sportivo in rapida espansione e sempre più accessibile: un concorrente su cinque era una donna e per quasi il quaranta per cento degli iscritti si trattava del primissimo battesimo in una gara del circuito.

In un mare di numeri ed età medie che si aggirano intorno ai quarantuno anni, è stata però la storia individuale a rubare la scena e a strappare gli applausi più forti. Sulla linea di partenza si è presentata Daphne Belt, atleta del Regno Unito di ottantasei anni, da tre decenni colonna portante di questa disciplina in mezza Europa. Ha nuotato e pedalato con la tenacia di una veterana consumata, fermandosi solo prima della mezza maratona finale, ma festeggiando comunque l'impresa al traguardo accanto al marito e allenatore. È proprio in figure come la sua che risiede il senso più profondo di queste massacranti sfide domenicali. Perché al di là dei podi, dei tempi da record e del prestigioso passaporto per i mondiali, vedere una donna vicina ai novant'anni sfidare l'oceano e le salite ci consegna una lezione formidabile: il traguardo più importante non è certo arrivare primi, ma avere il coraggio di continuare a mettersi in gioco, ricordandoci che l'età anagrafica può essere semplicemente un numero e mai un limite ai nostri desideri.