Gregari di lusso in casa d'altri: il ciclismo italiano e i suoi capitani in prestito

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  Andalo non ha solo incoronato Michael Valgren al termine di una fuga da lontano. Ha consegnato un fotogramma che vale un'intera stagione. Damiano Caruso, trentottenne, rientra nei dieci della classifica lo stesso giorno in cui Giulio Pellizzari, ventiduenne, ne esce, sprofondando diciannovesimo dopo il crollo di Carì. In mezzo, Giulio Ciccone, marcato e immobile in un gruppetto che non lo lascia respirare. Sono i tre migliori scalatori italiani di questo Giro, e nessuno dei tre corre per una formazione italiana. Non perché abbiano scelto l'estero per ambizione, ma perché in Italia, semplicemente, non esiste più un posto dove andare. Il dato che fonda tutto è netto. Da dieci anni non c'è una squadra italiana nella massima divisione del ciclismo mondiale. L'ultima fu la Lampre Merida, che chiuse alla fine del 2016 cedendo la licenza a quella che sarebbe diventata la UAE Emirates di Tadej Pogacar. L'Italia, patria un tempo delle squadre più importanti e delle corse più famose, sparì dallo stradario del grande ciclismo. Da allora, il vuoto. Per trovare le formazioni italiane bisogna scendere di categoria: nel 2026 sono tre e mezzo, Bardiani, Toscana Nippo Rali e Team Polti, più la MBH Bank che è italiana ma corre con licenza ungherese. Tutte Professional, tutte costrette a vivere di wildcard e di inviti. Qui sta il primo nodo, da sciogliere per non cadere nel luogo comune. Si dice che le squadre italiane portino al Giro solo uomini da fuga. È vero, ma non è una colpa: è una condizione obbligata.

  Una Professional che riceve l'invito alla Corsa Rosa non può giocarsi la classifica, perché non ne ha gli uomini né i mezzi. L'unico modo che ha di esistere mediaticamente, di ripagare lo sponsor, è mandare i suoi all'attacco e provare il colpo di giornata. Bardiani e Polti non sprecano capitani da classifica: non ne hanno, e non potrebbero permetterseli. La fuga non è una scelta tattica, è l'unica casella di sopravvivenza rimasta a chi vive ai margini del sistema. E così il talento italiano, quando c'è, prende un'altra strada. I cinquantasei corridori italiani del World Tour 2026 sono sparpagliati in sedici squadre straniere. Caruso alla Bahrain Victorious, dove fa da scudiero al portoghese Afonso Eulálio, ventitré anni, quinto in classifica e quindi priorità del team. Ciccone alla Lidl Trek, struttura americana diventata tedesca, dove il suo estro di cacciatore di tappe viene piegato alle esigenze di una classifica che non è la sua. Pellizzari alla Red Bull, l'unico che fosse partito con i gradi di capitano, gradi durati fino al primo cedimento. Sono capitali italiani che fruttano altrove. Il movimento produce la materia prima e la cede, non la lavora in casa. I tre casi non si equivalgono, ed è la loro differenza a renderli interessanti. Pellizzari è il predestinato schiacciato dal ruolo prima del tempo: a ventidue anni gli è stato chiesto di reggere un grande giro, e quando è andato in crisi sono stati i suoi stessi compagni, lanciati a tutta a Carì, a staccarlo per primo. Ha un futuro davanti, e questo crollo resterà un incidente. Ciccone è il caso più sottile: in maglia rosa ci è andato davvero, conquistandola alla quarta tappa col terzo posto di Cosenza, prova che le qualità da uomo di classifica le possiede. Eppure, persa la rosa sulle salite vere, la Lidl Trek ha costruito la corsa attorno a Derek Gee West, lasciando all'abruzzese il ruolo di battitore libero a caccia di tappe. Non il crollo, non l'età: una scelta gerarchica, che a uno dei migliori scalatori italiani ha preferito un canadese. Caruso è il terzo tempo, il più malinconico: a trentotto anni ogni Giro può essere l'ultimo da protagonista, e servire un ventitreenne come Eulálio significa riconoscere che la propria stagione da capitano è chiusa. Il giovane sacrificato perde una tappa. Il veterano gregario perde un'era.

  Non è una novità di stagione, è una costante che il tempo ha solo reso più nitida. Sei anni fa, al Giro 2020, Filippo Ganna conquistò la maglia rosa vincendo la cronometro inaugurale di Palermo, e la indossò già sapendo che non era sua: il capitano della Ineos era Geraint Thomas, e il compito di Ganna era portare il simbolo del primato in attesa di consegnarlo al britannico. Due campioni italiani, a sei anni di distanza, entrambi in rosa, entrambi in squadre straniere dove l'uomo di classifica era un altro. Cambia tutto, non cambia niente. Va detto, perché il quadro sia onesto, che non tutto è declino. La Federazione guidata da Cordiano Dagnoni rivendica numeri solidi: centosei medaglie nel 2025, ventidue titoli mondiali, un forte investimento sui giovani verso le Olimpiadi di Los Angeles 2028. L'Italia continua a produrre corridori, e tanti, e a livello quantitativo resta fra le nazioni leader. Il problema non è il talento, che c'è e si vede. È la struttura che dovrebbe trattenerlo, e che da dieci anni non si riesce a ricostruire. Le ragioni di quel vuoto sono note a chi conosce il mestiere. Spesso a fondare una squadra sono ex corridori che fanno leva sul passato agonistico più che sulle competenze manageriali, mentre realtà come Visma e Ineos sono guidate da manager d'azienda capaci di attrarre capitali. Mancano gli sponsor, manca una cultura gestionale moderna, manca la continuità di un progetto serio. Il ciclismo italiano è diventato, suo malgrado, un vivaio: alleva e poi esporta, perché in casa non ha le serre per far crescere le piante fino in fondo. Qualcosa, però, si muove. Si parla con insistenza di un progetto per riportare una licenza World Tour in Italia: l'ipotesi, definita concreta, sarebbe trasferire una delle diciotto licenze esistenti, garantite fino al 2028, sotto bandiera tricolore. Nel frattempo il Pinarello Q36.5 di Tom Pidcock ha riportato un marchio storico italiano nel massimo circuito, pur come sponsor di una squadra a licenza straniera. Sono segnali, non svolte. Ma dopo dieci anni di nulla, anche un segnale merita di essere annotato. Resta il fotogramma di Andalo. Caruso che alza un braccio sobrio alla soglia dei quarant'anni, in maglia di una squadra del Bahrein: l'immagine di un movimento che continua a sfornare campioni e a vederli correre per altri. Finché non tornerà una struttura capace di trattenerli, i migliori italiani resteranno gregari di lusso in casa d'altri, ospiti di riguardo a una tavola che non è la loro.