Da Nessebar a Milano, il romanzo delle prime quindici tappe del Giro 2026

-
  Quattro maglie rosa indossate, dieci vincitori diversi, una sola gerarchia uscita dalla nebbia di Pila. A duemilatrecento chilometri dalle ceneri della maxi caduta bulgara, Vingegaard ha ripreso il filo di una corsa sfuggita ai favoriti. Il Giro d'Italia 2026 è cominciato sulle rive del Mar Nero con un'ambizione di passerella, e ha chiuso la prima metà del suo cammino dentro corso Venezia, con la fuga di Fredrik Dversnes che ha beffato i velocisti all'ombra del Duomo. In mezzo ci sono quindici tappe, dieci vincitori diversi, quattro nomi avvicendati nella maglia rosa, e un Pollino diventato il discrimine fra la corsa immaginata dal taccuino e quella consegnata dalla strada ogni pomeriggio. A Nessebar Burgas, l'8 maggio, una maxi caduta nell'ultimo chilometro ha tagliato fuori Groenewegen e Milan, e ha regalato la prima rosa di edizione a Paul Magnier della Soudal Quick Step: ventidue anni, classe 2003, francese di una generazione che si è appena presentata al banco dei grandi. Due giorni più tardi, a Veliko Tarnovo, l'aritmetica della pioggia bulgara ha consegnato la maglia a Guillermo Thomas Silva della XDS Astana, primo uruguaiano della storia a vincere una tappa in un Grande Giro. Per la UAE Team Emirates XRG quella domenica è stata un disastro: la caduta innescata da Marc Soler ha portato ai ritiri immediati di Vine e dello stesso Soler, mentre Adam Yates ha abbandonato la sera. La corazzata di Abu Dhabi ha perso in poche ore i suoi tre uomini di classifica, e si è dovuta riconvertire in cacciatrice di tappe: missione che Narváez avrebbe portato a termine tre volte. Sul Tsarigradsko Shose di Sofia, Magnier ha ripreso il primato fra i vincitori con la seconda volata personale, ma la rosa è rimasta a Silva per uno scartino di abbuoni. Il quarto giorno, dopo il trasferimento aereo in Calabria, è stato Narváez a inventarsi una progressione lunga in viale Trieste a Cosenza, mentre Giulio Ciccone si prendeva la prima maglia rosa italiana del dopo Ulissi, conquistata secondo dopo secondo. L'ha custodita meno di ventiquattro ore. A Potenza, il 14 maggio, la corsa ha cambiato asse in modo definitivo. Sotto un temporale che virava in grandinata, una fuga qualificata è uscita dal gruppo sul Prestieri, e Ciccone si è trovato solo a difendere la maglia perché la Lidl Trek aveva delegato Gee West alla classifica per Roma.

  Davanti, dopo una doppia caduta in discesa, Igor Arrieta ha vinto sui muri della città. Dietro, Afonso Eulálio della Bahrain Victorious è salito in rosa per la prima volta: terzo portoghese della storia. La fuga bidone del Pollino ha aperto in classifica una voragine che solo un favorito assoluto avrebbe potuto riassorbire. Quel favorito è arrivato sul Blockhaus il 16 maggio. Sulla Maiella battuta dallo scirocco, Jonas Vingegaard è scattato a quattro chilometri e novecento metri dal traguardo, ha lasciato Pellizzari sul colpo di reni, ha sfilato Gall che aveva scelto il proprio ritmo, ed è andato a prendersi la prima vittoria al Giro della carriera. Ha tagliato la linea raccolto sulla bicicletta, come a sferrare un colpo di reni mai dato, e ha ripetuto il suo rituale di sempre: la foto della famiglia sul manubrio, il bacio sulla mano guantata, il braccio al cielo. In una sola salita ha recuperato oltre tre minuti sulla maglia rosa, e la prima gerarchia del Giro 2026 si è scritta in una lingua sola. Il giorno dopo il vento dell'Adriatico ha spezzato il gruppo a Fermo, e Narváez ha chiuso la doppietta personale sul muro di Capodarco. La domenica del Corno alle Scale è appartenuta ancora a Vingegaard, raggiunto in vetta dopo aver inseguito un Ciccone in fuga, disturbato da un tifoso proprio mentre il danese gli passava accanto. Quarantotto ore più tardi, sul lungomare di Viareggio, Filippo Ganna ha chiuso i quarantadue chilometri della cronometro a 54,9 chilometri orari di media, un tempo siderale che nessuno ha provato seriamente a cancellare. La seconda settimana è stata il regno dei finisseur. A Chiavari, dopo una giornata di fughe e scaramucce in Liguria, Narváez ha battuto Enric Mas in un duello a due sul lungomare e ha portato la UAE alla terza vittoria. A Novi Ligure, fra i rettilinei larghi che videro correre Coppi e nascere Girardengo, Alec Segaert della Bahrain Victorious si è inventato un'azione di forza a tre chilometri dall'arrivo ed è arrivato con tre secondi sul plotone. A Verbania, sul lungolago dei Borromeo, Alberto Bettiol ha scollinato l'Ungiasca e in discesa ha firmato una vittoria azzurra in solitaria, la prima di questo Giro. I velocisti, a quel punto, avevano già smesso di contare le tappe perdute. Il primo verdetto alpino è arrivato sabato 23 maggio, sulle pendenze di Pila. Sedici chilometri e mezzo che hanno riscritto la generale. Vingegaard è scattato a quattromila e seicento metri dal traguardo, nessuno gli ha risposto, Gall ha scelto di non rincorrere. Sotto la fiamma rossa il danese è rimasto ancora una volta raccolto sulla bicicletta, come a inseguire un affondo che non c'era, e ha preso la rosa per la prima volta in carriera. Eulálio aveva pagato il prezzo della sua resistenza quasi epica: la maglia rosa ha cambiato spalle dopo nove giorni di custodia. La domenica di Milano è stata, come prevedibile, la rivincita di una fuga sui treni dei velocisti. Fredrik Dversnes della Uno X Mobility ha tagliato il traguardo di corso Venezia in solitaria: ultimo testamento di una prima metà di Giro in cui i veloci puri sono stati condannati a guardare gli altri. Il bilancio al giro di boa si legge in più capitoli. Dieci vincitori diversi in quindici giorni. La UAE Team Emirates XRG che dalla catastrofe di Veliko Tarnovo si è ripresa raccogliendo tappe in tutte le pieghe della corsa: Narváez tre volte, Arrieta una. La Visma Lease a Bike che ha recuperato un danese partito senza i favori del pronostico e lo ha portato in rosa con tre successi di tappa, tutti in salita. La Bahrain Victorious che ha custodito la rosa per nove giorni con un portoghese che a maggio era ancora una promessa e a luglio sarà un capitolo della storia del suo paese. Vingegaard guida la classifica con 2'26" su Eulálio, 2'50" su Gall, 3'03" su Arensman, 3'43" su Hindley, 4'22" su Pellizzari. La ciclamino appartiene virtualmente a Narváez per un punto su Magnier, l'azzurra al danese, la bianca a Eulálio. Restano sei tappe e una domanda: se qualcuno avrà la forza di disturbare la pinza danese, o se Pila è già stato l'epilogo travestito da capitolo.