Ci sono storie d'amore che superano i confini del rettangolo di gioco, che ignorano le leggi del tempo e si colorano di un'epica che il calcio moderno sembrava aver smarrito. Quella tra Leonardo Pavoletti e il Cagliari è stata esattamente questo: un romanzo travolgente, un legame viscerale durato nove lunghissimi anni, fatto di rinascite spettacolari, gol pesantissimi come macigni e una fedeltà assoluta alla terra sarda. Subito dopo l’ultimo confronto casalingo con il Toro, nel momento del congedo e con la certezza di una Serie A blindata a doppia mandata, quel legame si trasforma in leggenda. Il capitano, il gigante di Livorno diventato figlio adottivo dell'isola, appende la maglia rossoblù al chiodo della memoria, lasciando un vuoto immenso nello spogliatoio e sul prato della “Unipol Domus”, ma consegnando il suo nome all'immortalità del club.
Arrivato nell'estate del 2017 per raccogliere l'eredità pesante dei grandi bomber del passato, Pavoletti ha impiegato pochissimo a far capire che la sua non sarebbe stata una semplice parentesi professionale. Con la Sardegna è stato colpo di fulmine.
Duecentoquattordici presenze, quarantanove gol e tante battaglie in rossoblù, segnate da infortuni drammatici che avrebbero spezzato la carriera di chiunque, ma dai quali Leonardo è sempre risorto, più forte e più affamato di prima. Nella mente dei tifosi scorrono, come in un film d'azione vietato ai deboli di cuore, i fotogrammi dei suoi gol fotocopia: stacchi imperiosi, la capacità unica di galleggiare in aria sfidando le leggi della fisica e quella capocciata fatale che gonfiava la rete. Ma se c'è un'immagine che rimarrà scolpita per sempre nella pietra della storia cagliaritana, è quella notte di Bari. Quel minuto novantaquattro, quel tocco di rapina che ha riportato il Cagliari in Paradiso quando tutto sembrava perduto e le sue lacrime a dirotto, abbracciato a Claudio Ranieri. Un gol che da solo è valso un'intera dinastia. Ma Pavoletti a Cagliari non è stato solo l'uomo dei gol nei minuti di recupero. È stato il collante di un intero popolo, un leader carismatico capace di metterci la faccia nei momenti bui della retrocessione e di trascinare il gruppo verso la riconquista della dignità perduta. Ha amato Cagliari e i cagliaritani, ne ha assorbito l'orgoglio e la fiera riservatezza, diventando a tutti gli effetti un sardo nato altrove. Il suo addio, arrivato al termine di una stagione di sofferenza e di gestione intelligente sotto la guida di Fabio Pisacane, è il finale perfetto: l'uscita di scena da vincitore, sul palcoscenico della sua “Unipol Domus”, lasciando la squadra esattamente dove l'aveva trovata e dove merita di stare. Le lacrime del pubblico e i cori che hanno fatto tremare gli spalti nell'ultima notte d'amore sono il tributo sincero a un uomo che ha dato tutto, fino all'ultima goccia di sudore. Grazie di tutto, Pavoloso: Cagliari non dimenticherà mai il suo aviatore più bello.
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