C’è un modo di perdere che lascia rabbia.
E poi ce n’è un altro, più sottile e per certi versi più preoccupante, quello che lascia la
sensazione che la partita, in fondo, non sia mai davvero iniziata.
La sconfitta per 0-1 del Cagliari Calcio contro il Napoli appartiene a questa seconda categoria.
Perché il risultato, preso da solo, potrebbe anche rientrare nella logica delle cose.
Il Napoli è squadra superiore, costruita per obiettivi diversi, e perdere contro i partenopei non
rappresenta di per sé uno scandalo. Ma il calcio, si sa, non è solo una questione di valori sulla
carta. È anche, e soprattutto, una questione di approccio.
E quello del Cagliari è stato, ancora una volta, il vero nodo.
Il gol subito dopo pochi secondi, prima ancora che la partita trovasse un ritmo, è un segnale
inequivocabile. Non tanto per l’episodio in sé, quanto per ciò che rappresenta. Una squadra che
entra in campo con un livello di attenzione insufficiente, quasi come se dovesse ancora
prendere le misure alla gara.
A certi livelli è un dettaglio che si paga immediatamente.
E il Cagliari lo ha pagato.
Da lì in poi la partita ha seguito un copione prevedibile. Il Napoli a gestire, il Cagliari a
rincorrere.
Senza mai, però, dare davvero l’impressione di poter cambiare l’inerzia dell’incontro.
Va detto. Nella seconda parte di gara la squadra di Fabio Pisacane ha mostrato segnali di
reazione. Più intensità, più duelli, qualche tentativo di alzare il baricentro.
Ma è stata una crescita interna, mai realmente pericolosa per gli avversari.
Ed è proprio questo il punto critico. Il Cagliari non è sembrato incapace di reagire, ma limitato
nella volontà di farlo fino in fondo.
Una differenza sottile, ma decisiva.
Le dichiarazioni post partita dello stesso Pisacane aiutano a leggere il contesto.
L’obiettivo dichiarato resta il 17° posto. Una scelta pragmatica, comprensibile, soprattutto in una
stagione complessa.
Ma ogni scelta ha un riflesso sul campo.
E quando l’orizzonte si abbassa al minimo indispensabile, il rischio è che anche l’atteggiamento
della squadra si adegui. Meno rischio, meno coraggio, meno iniziativa.
Il risultato è una squadra che gioca per restare dentro la partita, più che per provare a vincerla.
Il problema, però, è che questo tipo di gestione funziona solo fino a un certo punto.
Perché la distanza dalla zona retrocessione, oggi ancora rassicurante, si sta progressivamente
riducendo.
E in un campionato in cui ogni punto pesa, rinunciare anche solo parzialmente a giocarsi le
partite può diventare un lusso che il Cagliari non può permettersi.
Soprattutto in casa.
Alla fine resta una sensazione difficile da ignorare.
Il Cagliari ha perso di misura, ma senza mai dare l’impressione concreta di poterla pareggiare.
E nel calcio questa è forse la sconfitta più pesante.
Perché non riguarda il punteggio.
Riguarda l’identità.
E finché questa resterà indefinita, sospesa tra prudenza e ambizione, anche il percorso verso la
salvezza rischierà di diventare più complicato del previsto.
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