Il 2026 si annuncia come quegli anni che non chiedono permesso: entrano in calendario a spallate e ti obbligano a stare al passo. Un’annata da agenda fitta, da notti insonni e pomeriggi davanti allo schermo, con lo sport che torna a fare il suo mestiere antico: raccontare il mondo attraverso i muscoli, la fatica e l’illusione di essere eterni per un attimo.
Si parte forte, fortissimo, con le Olimpiadi invernali, dal 6 al 22 febbraio. Giochi diffusi, si direbbe oggi, ma una volta avremmo detto “sparpagliati come una difesa a zona mal riuscita”. Milano e Cortina tengono il timone, ma il palcoscenico è largo come non mai: oltre 3.000 atleti, 116 gare, ghiaccio e neve a fare da giudici imparziali. Olimpiadi moderne, iperlogistiche, ma sempre olimpiche nel senso più crudo: vinci o torni a casa con il silenzio.
Neanche il tempo di riporre gli sci che il mondo cambia sport e latitudine. Dal 7 febbraio all’8 marzo va in scena il Cricket World Cup, tra India e Sri Lanka. E qui, notizia vera, l’Italia c’è. Prima storica qualificazione degli Azzurri del cricket a una rassegna mondiale. Roba che un tempo sarebbe sembrata un refuso tipografico. Oggi è realtà: mazze, wicket e un’Italia che prova a farsi spazio in uno sport che parla inglese da secoli.
Il 5 marzo tocca invece al World Baseball Classic, tra Porto Rico, Stati Uniti e Giappone. Baseball globale, finalmente senza complessi. L’Italia ci sarà, con la solita missione che piace tanto agli italiani: partire senza etichetta da favoriti e vedere fin dove si arriva. A volte basta questo per rendere credibile un torneo.
Il 6 marzo, a ruota, iniziano le Paralimpiadi invernali. Oltre 650 atleti, cinquant’anni dopo la prima edizione paralimpica invernale in Svezia. Qui lo sport smette ogni retorica e resta nudo: tecnica, sacrificio e una volontà che non ammette alibi. Se esiste ancora un’idea pura di competizione, spesso la si trova qui.
Poi arriva l’estate e con lei il colosso. I Mondiali di calcio, dall’11 giugno al 19 luglio, tra Canada, Messico e Stati Uniti. Otto anni dopo l’ultima volta, il calcio torna a occupare il calendario come una monarchia assoluta. Quarantotto squadre, un format nuovo, orari spesso ingrati per l’Europa. L’Italia dovrà guadagnarsi il biglietto a marzo, passando dai playoff, che sono sempre una specie di esame di maturità senza appello. Se gli Azzurri ce la faranno, giocheranno le gare del girone alle 21: un dettaglio che, con i fusi orari, vale quasi come una vittoria tattica.
Il 2026, insomma, non promette tregua. È un anno che ti chiede attenzione, memoria e una certa resistenza fisica da spettatore. Perché lo sport, quando è così concentrato, non si guarda soltanto: si attraversa. E alla fine, come sempre, lascerà dietro di sé racconti, illusioni spezzate e qualche impresa buona da ricordare quando l’anno sarà già passato.