La strada che sale verso Castro de Hereville racconta storie di fatica e di gloria, ma oggi
narra anche di una resa. Per la seconda volta in questa Vuelta 2025, i manifestanti
piegano la corsa più dura del mondo, costringendo l'organizzazione a spostare l'arrivo otto
chilometri prima del previsto. E mentre Egan Bernal alza le braccia al cielo in una vittoria
dal sapore agrodolce, la Vuelta perde un altro pezzo della sua anima.
Il colombiano della INEOS Grenadiers trionfa insieme al basco Mikel Landa dopo una fuga
che profuma di altri tempi, quando il ciclismo sapeva ancora sorprendere. Ma questa
sedicesima frazione, che doveva aprire la terza settimana decisiva con i suoi 167,9
chilometri e 3319 metri di dislivello, si trasforma in un simbolo di come la politica stia
invadendo sempre più prepotentemente il mondo dello sport.
La mattinata inizia con la classifica generale che racconta di equilibri sottili: Jonas
Vingegaard guida con appena 48 secondi su João Almeida, mentre Tom Pidcock si
nasconde a 2'38" pronto a sferrare l'attacco decisivo. Dietro di loro, un plotone di
pretendenti che sognano ancora il podio di Madrid.
Ma già dal chilometro zero si respira aria di tensione. Victor Campenaerts e Gianmarco
Garofoli non prendono nemmeno il via, mentre il gruppo procede nervoso tra forature e
problemi meccanici che sembrano presagire una giornata complicata. Matteo Jorgenson
fora, Mads Pedersen ha guai alla bicicletta, e quando finalmente si dà il via ufficiale al
chilometro 6,5, sono già passati più di venti minuti di pura apprensione.
La battaglia per entrare in fuga diventa subito feroce. Otto, undici, cinque, quattro corridori:
ogni tentativo viene puntualmente neutralizzato da un gruppo che non vuole concedere
spazio. È una guerra di nervi che dura quaranta chilometri, fino a quando non si forma il
drappello giusto: diciassette uomini di qualità, con nomi che fanno sognare gli amanti del
grande ciclismo.
Egan Bernal e Mikel Landa sono lì, insieme a Marc Soler, Bob Jungels, Nico Denz. Una
fuga che ha il sapore delle grandi occasioni, e infatti il gruppo concede subito quattro
minuti di margine. La Visma di Vingegaard controlla senza affanno, consapevole che la
vera battaglia si combatterà sulle salite finali.
Sull'Alto de San Antoniño la selezione inizia a farsi sentire.
Il vantaggio cresce fino a 4'40"
mentre il gruppo si allunga come un elastico pronto a spezzarsi. Ma è sull'Alto da Groba
che il copione cambia definitivamente: Landa attacca con la furia del basco che sente
odore di vittoria, Bernal lo segue come un'ombra, e dietro di loro si forma un terzetto con
Clément Braz Afonso che prova a non perdere il treno buono.
La pioggia inizia a cadere sulla corsa proprio mentre i tre battistrada guadagnano secondi
preziosi sui compagni di fuga. È uno di quei momenti in cui il ciclismo diventa poesia: il
colombiano e il basco che collaborano perfettamente, il francese che lotta per non essere
tagliato fuori dalla festa. Alle loro spalle, Marc Soler fa il diavolo a quattro per organizzare
l'inseguimento, ma i conti ormai non tornano più.
Poi, come un fulmine a ciel sereno, arriva la notizia che gela il sangue a tutti gli
appassionati: le proteste dei manifestanti, che chiedono giustizia per la Palestina e
denunciano il doppio standard che vede Israele ancora in gara mentre la Russia è stata
esclusa da tutte le competizioni sportive, hanno costretto l'organizzazione a spostare
l'arrivo. Otto chilometri in meno, otto chilometri di gloria negati ai corridori e agli spettatori.
La salita finale dell'Alto del Prado diventa così un teatro dell'assurdo. Bernal e Landa
continuano a duellare, ignari che la loro battaglia si sta consumando su una strada che
non li porterà dove pensavano. Le pendenze durissime sull'ultimo GPM fanno selezione
anche tra i fuggitivi: Brieuc Rolland perde terreno, Denz si stacca, e alla fine restano solo il
colombiano e il basco a giocarsi una vittoria dal sapore amaro.
Nel frattempo, la Bahrain Victorious scatena l'inferno nel gruppo per difendere la top ten di
Torstein Træen. Il ritmo diventa impressionante, il plotone si riduce a meno di venti unità, e
corridori come William Junior Lecerf devono alzare bandiera bianca. È un forcing che
avrebbe potuto rimescolare le carte della classifica generale, se solo la strada fosse stata
quella prevista.
Ma ormai i giochi sono fatti. Bernal e Landa arrivano al nuovo traguardo ancora insieme, e
nella volata finale è il colombiano della INEOS a spuntarla con autorità.
Dietro di loro,
Brieuc Rolland completa il podio di una tappa che passerà alla storia per i motivi sbagliati.
La classifica generale cambia di poco: Vingegaard mantiene la maglia rossa con margini
invariati, Almeida resta secondo a 48", Pidcock terzo a 2'38". Felix Gall scivola dal quinto
al sesto posto superato da Giulio Pellizzari, mentre William Junior Lecerf paga dazio
scivolando fuori dalla top ten.
Ma i veri protagonisti di giornata non sono stati i corridori. Sono stati i manifestanti che per
la seconda volta in questa Vuelta hanno piegato una delle corse più importanti del mondo.
Una vittoria di Pirro che lascia l'amaro in bocca e apre interrogativi inquietanti sul futuro del
ciclismo.
Egan Bernal può sorridere per una vittoria che riaccende le sue ambizioni dopo anni
difficili. Mikel Landa può consolarsi con un secondo posto che sembra tranquillizzare tutti
sulle condizioni della sua schiena, le quali avevano fatto temere il suo ritiro giorni fa. Ma
entrambi sanno che questa non è stata la vittoria che sognavano da bambini. È stata la
vittoria di una tappa spezzata, mutilata, privata della sua essenza.
E mentre i corridori salgono sugli autobus che li riporteranno agli hotel, una domanda
aleggia nell'aria umida di questa sera galiziana: fino a quando il ciclismo potrà resistere a
chi vuole trasformarlo in un palcoscenico per altri messaggi peraltro in realtà oscurandoli
con il disagio arrecato alla corsa? La risposta, come spesso accade in questo sport
meraviglioso e crudele, la darà solo la strada.
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