I Lupercali erano un'antica festa romana di purificazione e fertilità, celebrata dal 13 al 15 febbraio in onore di Luperco (o Fauno Luperco), dio protettore del bestiame dagli attacchi dei lupi, legata alla grotta del Lupercale sul Palatino, dove secondo la leggenda la lupa allattò Romolo e Remo. La celebrazione iniziava nella grotta sacra del Lupercale con il sacrificio di capre (o capri), pecore e un cane, simbolo di purificazione dal mondo selvaggio. Due giovani nobili, i nuovi Luperci (sacerdoti divisi in college come i Quinctilii e i Fabii, più tardi i Iulii in onore di Cesare), venivano segnati sulla fronte con il sangue delle capre: il coltello insanguinato toccava la pelle, poi il sangue veniva asciugato con lana bianca intinta in latte di capra, e i giovani dovevano ridere per simboleggiare la rinascita. Seguiva un banchetto rituale con focacce offerte dalle Vestali, fatte con grano delle prime spighe.
I Luperci, quasi nudi (coperti solo da un grembiule o strisce di pelle di capra unte di grasso, con il viso sporco di fango), tagliavano dalle pelli delle vittime le februa (strisce di cuoio simili a fruste). Partivano poi in corsa forsennata intorno al Palatino e per le vie della città, colpendo il suolo con rami di fico per fecondarlo e frustando i passanti – soprattutto donne feconde o desiderose di gravidanza – con le februa, gesto che prometteva fertilità, parto facile e protezione. Le donne si offrivano volontariamente, credendo nel potere apotropaico del rito. La festa mescolava elementi pastorali arcaici (protezione del gregge), purificatori (febbraio come mese di "februa", strumenti di lustratio) e propiziatori per la fertilità umana e agraria, in un clima di caos controllato che invertiva norme sociali. Non ci sono prove certe di accoppiamenti casuali per sorteggio (lotteria di nomi da un'urna), idea diffusa ma contestata dagli storici antichi; prevaleva un banchetto collettivo finale con grande partecipazione popolare. I Lupercali durarono fino al V-VI secolo, soppiantati da papa Gelasio I nel 494 d.C. con la festa di San Valentino.
Nei Lupercali si sacrificavano principalmente capre (o capri), pecore e un cane, con il rito che si svolgeva nella grotta del Lupercale sul Palatino. Le capre erano l'offerta principale, simbolo di fertilità e vitalità selvaggia, legate al dio Luperco (Fauno) protettore del bestiame ovino e caprino dagli attacchi dei lupi. Il loro sangue serviva a segnare la fronte dei nuovi Luperci, in un rito iniziatico di rinascita: dopo l'asciugatura con lana e latte di capra, i giovani ridevano per simboleggiare la purificazione e la forza vitale acquisita. Le pelli venivano poi tagliate in februa (strisce frustanti) per la corsa rituale, colpendo donne e suolo per propiziare fecondità e protezione. Il cane, animale liminare tra domestico e selvaggio, rappresentava la purificazione dal "mondo lupesco" e dagli spiriti maligni; il suo sangue e la pelle contribuivano al rito apotropaico contro i pericoli della natura ostile. Secondo alcune fonti archeologiche (resti nel Lapis Niger, VI sec. a.C.), il suo ruolo era arcaico e centrale per scongiurare i lupi predatori. Questi animali incarnavano il dualismo della festa: capre per fecondità pastorale, cane per difesa e lustratio; il sacrificio placava Luperco, fecondava la terra in vista della primavera e rigenerava la comunità in un mese purificatorio come febbraio (februare da februa, strumenti lustrali).