Un incendio minaccia il rifugio per animali l'Isola che non c'è, la titolare finisce in ospedale per il fumo inalato: ha fatto in modo che tutti gli animali fossero messi in salvo

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  Ha pensato ai cani prima che a sé stessa, ha continuato a spostarli, uno dopo l'altro, mentre il fuoco avanzava e il fumo le toglieva il respiro: alla fine è crollata ed è stata ricoverata per un'intossicazione da monossido di carbonio. Questa è la storia di coraggio di Marcella Pontiroli, titolare de "L'Isola che non c'è", che ha pensato agli animali prima che a se stessa. «Era una giornata di lavoro come tante. Ero in toelettatura quando mi hanno avvertito dall'agriturismo I Mandorli che stava arrivando il fuoco. Sono uscita, ho visto le fiamme e la prima cosa che ho fatto è stata accendere tutti gli erogatori d'acqua. Ho chiamato una persona che si occupasse delle mie figlie, in quel momento non presenti nel rifugio. In questo modo sapevo di potermi dedicare ai cani totalmente, le bimbe erano tranquille e al sicuro. Ho chiamato subito i vigili del fuoco, il Consorzio di Bonifica perché aumentassero l'acqua e poi, insieme alla mia dipendente, abbiamo iniziato a mettere in salvo gli animali. Ho guardato da dove sarebbe arrivato il fuoco e ho dato priorità alla zona più a rischio. Abbiamo recuperato per primi i gatti, li abbiamo caricati in macchina, poi ho iniziato a spostare i cani, uno dopo l'altro, verso le aree che ritenevo più sicure.

  Quelli più anziani e più fragili li ho messi subito in macchina, pronti a partire. Nella mia testa avevo fatto una specie di scaletta: salvare prima quelli che avevano meno possibilità di resistere.» Marcella racconta di aver continuato a spostare gli animali finché lo spazio non è finito. «Quando ho sistemato i primi cani non sapevo più dove mettere gli altri. Ho pubblicato un appello su Facebook perché avevo bisogno di aiuto. Dovevo liberare la macchina per tornare a prenderne altri, ma non riuscivo ad allontanarmi dal campo. Mi sembrava di abbandonarli. Alla fine mi sono fatta forza, ho portato i primi cani all'agriturismo I Mandorli e sono tornata indietro. Quando sono rientrata sulla strada c'erano i vigili del fuoco, tantissima gente e le auto con dentro i miei cani. A un certo punto non trovavo più uno di loro. Sono andata nel panico totale. Poi l'ho visto sul camion ed è stato un sollievo.» L'emozione riaffiora ancora oggi... oggi che è ancora in ospedale per il fumo inalato. «Mi viene da piangere anche adesso. Sono ancora traumatizzata. Ho continuato a caricare altri cani, poi ne mancavano quattro. In quel momento sono arrivate tante persone, anche dal Campeggio Le Cernie, che hanno preso i cani più anziani e li hanno portati via, così siamo riusciti a metterne in salvo il più possibile. Avevo paura che qualcuno scappasse. Quei cani erano affidati a me, avevo una responsabilità enorme. Mi facevo mille paranoie, volevo essere sicura che, una volta usciti dal campo, fossero davvero al sicuro.»

  Quando la tensione è diventata insopportabile, Marcella è scoppiata a piangere. «Ho avuto una crisi di pianto. Avevo paura di non riuscire a salvarli tutti, di non essere abbastanza. Ma tanta gente mi ha tirato su di morale. Mi ripetevano che non ero sola e che ce l'avremmo fatta. Io, però, pensavo solo ai miei cani. Il fumo diventava sempre più nero. Continuavo a bagnare tutto, senza fermarmi, e continuavo a bagnare anche me stessa perché sentivo la pelle bruciare. Per fortuna il fuoco è rimasto fuori dalla recinzione grazie al terreno pulito e al lavoro straordinario dei vigili del fuoco, che hanno fatto da scudo. Anche i Canadair hanno fatto un lavoro incredibile.» Tra i momenti che non dimenticherà mai ce n'è uno in particolare. «Un cane mi ha guardata negli occhi come per chiedermi di non lasciarlo lì. Avevo finito tutti i posti disponibili, ma ho detto: "A questo punto vieni con me, poi troveremo una soluzione". L'ho preso e, poco dopo, sono riuscita a trovare un altro spazio. Poi ho chiamato la mia dipendente e le ho detto di liberare anche i randagi. Conosco quei cani, sapevo che non mi avrebbero lasciata e che sarebbero rimasti nei paraggi.» Marcella racconta di aver pensato anche al peggio. «Avevo già preso il tronchese. Se il fuoco fosse arrivato fin lì avrei tagliato la rete per permettere ai cani di scappare. Nella mia testa avevo già disegnato il percorso che avrebbero dovuto fare per salvarsi. Io piangevo, avevo paura di non farcela. Se tutta quella gente non fosse arrivata ad aiutarmi non ce l'avrei mai fatta da sola. Mi hanno sostenuta sia psicologicamente sia materialmente. C'era sempre qualcuno pronto a prendere un cane al guinzaglio e portarlo in salvo.» Nemmeno la telefonata della madre è riuscita a convincerla ad andare via. «Mia mamma seguiva la vicenda dal Piemonte, preoccupata, ma io continuavo a rispondere: "Finché questo incubo non finisce io non me ne vado. Finché ci sono i cani, i gatti e i randagi, resto con loro. Non li lascio da soli".» Solo quando la situazione sembrava sotto controllo il suo corpo ha ceduto. «Sono rientrata per controllare ancora i cani, dare loro da bere e verificare che stessero bene. A quel punto mi sono accorta che non respiravo più. Ho iniziato a vomitare, poi non riuscivo più a parlare perché mi mancava l'aria. Sono svenuta. Mi sono ripresa per un attimo, poi mi sono riaddormentata come se non arrivasse più ossigeno. Quando mi sono risvegliata c'era l'ambulanza. Mi hanno detto che ero intossicata dal monossido di carbonio. È una sensazione terribile: ti addormenta. Sentivo aritmia e tachicardia insieme. Gli esami hanno evidenziato un enzima cardiaco molto alto, fortunatamente senza infarto. Mi hanno sottoposta all'ossigenoterapia ad alti flussi e sono rimasta ricoverata.»

  Oggi, guardandosi indietro, Marcella rifiuta l'idea di essere l'unica protagonista. «Non mi rendo nemmeno conto di quello che ho fatto. Ma non è merito solo mio. È merito di tutte le persone che mi sono state accanto, che mi hanno sostenuta e che erano pronte a prendere un cane e portarlo via. Ce l'abbiamo fatta insieme.» C'è un dettaglio che finora non aveva raccontato. «La prima cosa che ho fatto, appena ho capito che la situazione era grave, è stata mettere al sicuro le mie due figlie.» Una storia di coraggio, lucidità e amore per gli animali. Ma anche una storia di comunità: perché, come ripete Marcella, nessuno si salva da solo. E quel giorno, grazie al lavoro dei soccorritori, dei volontari e di tante persone accorse per dare una mano, ogni cane e ogni gatto ha avuto una possibilità in più di tornare a casa.

 

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