Con il secondo romanzo, Nina e Tonino, Marco Atzeni torna in libreria dopo il successo di Le due città, il libro che negli ultimi anni è diventato un piccolo caso editoriale in Sardegna, conquistando migliaia di lettori e arrivando persino a una trasposizione teatrale. Anche stavolta l’autore sceglie di muoversi tra storia, mistero, suggestioni gotiche e memoria della Sassari di un tempo, costruendo una narrazione che affonda le radici nella città di inizio Novecento e nelle sue ombre più profonde.
Atzeni racconta di aver voluto aspettare il “tempo giusto” prima di tornare in libreria, mostrando la sua felicità per il gran rientro.
«La risposta più semplice è: gioia. Sono anche contento di essere tornato dopo quello che considero un tempo giusto.
Due anni dall’uscita del primo romanzo hanno permesso ai lettori di assorbire quella storia e a me di metabolizzare tutto ciò che è accaduto, cercando di scrivere un nuovo libro senza la fretta di tornare subito in libreria. Penso che i lettori meritino rispetto e mi sentirei in colpa sapendo di non aver dato il massimo nella scrittura. Questo tempo mi ha aiutato a farlo. Poi, naturalmente, saranno i lettori a giudicare il risultato, ma io ho cercato davvero di dare tutto».
L’idea di Nina e Tonino è maturata lentamente, tra intuizioni, ricerche storiche e dettagli apparentemente marginali che, come spesso accade nel suo modo di scrivere, finiscono per diventare il cuore della narrazione. «Ricordo che, già prima dell’estate scorsa, avevo ben chiari i personaggi principali, gli sviluppi misteriosi e soprannaturali, le dinamiche sociali. Mi mancava però un tassello che non mi convinceva fino in fondo.
Un amico, rispondendo a una mia domanda su un fatto di cronaca avvenuto a Sassari alla fine dell’Ottocento, mi fece scattare qualcosa. Pensai subito: “Ecco, questo è lo snodo”. Da lì sono partito con sicurezza, adattando quel dettaglio a tutta l’architettura della storia che avevo già costruito mentalmente».
Anche nel nuovo libro l’autore evita di rinchiudersi in un solo genere letterario. «Come per Le due città, ho cercato di evitare uno schema troppo rigido o un genere definito. C’è un omicidio, ma andando avanti ci si rende conto che non è quello il vero centro della narrazione. Ci sono mistero e soprannaturale, ma senza diventare predominanti. C’è anche una componente verista, che spero però non risulti pesante».
Secondo Atzeni, rispetto al romanzo d’esordio, Nina e Tonino presenta una struttura più lineare e un’emotività differente. «Un amico giornalista ha detto che Nina e Tonino lavora più per accumulo di emozioni che per colpi di scena, e credo sia una definizione molto corretta. La vera sfida era far vivere al lettore il peso emotivo che accompagna Nina lungo tutta la storia. Spero di esserci riuscito».
Se le storie e i personaggi cambiano, resta invece fortissimo il legame con la Sassari del passato. «Ritornano la Sassari di oltre un secolo fa, l’ambientazione cittadina, il modo di parlare e pensare delle persone del tempo, oltre a certe sfumature gotiche e paranormali. È un po’ come cambiare completamente la storia e i personaggi, mantenendo però lo stesso grande fondale teatrale».
Importante, nella costruzione del romanzo, anche il lavoro di ricerca storica, soprattutto sul tema del manicomio e della malattia psichiatrica nei primi del Novecento. «La parte più impegnativa ha riguardato il mondo manicomiale dei primi del Novecento. Ci tenevo che la struttura, le dinamiche interne, gli ambienti e le persone che vivevano quei luoghi risultassero il più possibile credibili e verosimili».
Un interesse che si intreccia con il suo modo di trovare ispirazione. «Leggo molto, soprattutto romanzi storici e saggi storici. Mi capita spesso di annotare piccoli fatti, aneddoti o curiosità che magari sembrano marginali. Continuo a leggere finché non incontro qualcosa che accende la fantasia: una storia minima, un dettaglio apparentemente insignificante. A quel punto lo segno e ci rifletto sopra. Molto spesso è proprio lì che nasce la spina dorsale di un romanzo».
Atzeni conferma inoltre che i protagonisti del libro affondano le radici nella realtà. «Nina e Tonino, ad esempio, sono realmente esistiti, e Tonino soffriva davvero di una patologia psichiatrica. Anche il riferimento al manicomio di Rizzeddu nasce da documenti reali e casi autentici di internamento». Pur mantenendo una base storica concreta, lo scrittore rivendica però la libertà narrativa del romanzo: «Direi quindi che il romanzo è verista e verosimile, ma non completamente aderente alla realtà storica, anche perché il mistero e il soprannaturale restano elementi fondamentali del mio modo di raccontare».
Il successo inatteso di Le due città ha cambiato il suo rapporto con la scrittura, sebbene in parte. «Ricordo che pensavo sarebbe già stato bellissimo arrivare a mille copie vendute, che per un esordiente sarebbero state comunque un ottimo risultato. Arrivare a numeri molto più alti mi ha davvero sorpreso. Quando iniziai a ricevere i primi messaggi, le foto dei lettori con il libro in mano, i commenti, continuavo a chiedermi se stesse succedendo davvero».
La pressione del secondo romanzo si è fatta sentire, ma senza diventare un ostacolo. «Ho cercato piuttosto di trasformare in un vantaggio i tanti suggerimenti ricevuti dai lettori dopo Le due città. Ho scritto Nina e Tonino cercando di fare tesoro delle osservazioni che mi erano state fatte. Questo mi ha aiutato a sentirmi più tranquillo, un po’ come un cuoco che prepara un secondo piatto correggendo ciò che nel primo poteva essere migliorato».
Dietro i suoi romanzi c’è anche una forte passione per la storia della città. «Credo che il fascino del passato nasca dalla curiosità di immaginare chi abbia vissuto le nostre stesse strade un secolo fa: come parlava, come si vestiva, come pensava. Più ci si allontana nel tempo, più tutto tende anche a caricarsi di atmosfere misteriose, poetiche e quasi fiabesche».
Quanto al metodo di scrittura, Atzeni racconta di aver seguito percorsi molto diversi nei suoi due libri. «Le due città nacque quasi esclusivamente da un’idea iniziale: un protagonista che vedeva e parlava con i defunti come fossero persone normali. Ho iniziato a scrivere senza sapere davvero dove sarei arrivato. Nina e Tonino, invece, è nato in maniera più progettata».
E aggiunge: «So dove i personaggi devono arrivare, ma decido di volta in volta quale strada far percorrere loro».
Fondamentale, nel suo percorso, anche il rapporto con i lettori e con i social network, che hanno contribuito in maniera decisiva alla diffusione del suo lavoro. «Le persone che mi seguono sono affettuose, generose e partecipi. Sento davvero un forte dovere di riconoscenza nei loro confronti, al punto che spesso ho l’impressione di scrivere non “per” loro, ma quasi “insieme” a loro. Non ho problemi ad ammettere che, senza quell’incoraggiamento, probabilmente non avrei la forza di affrontare la scrittura di un intero romanzo».
Infine, parlando di ciò che spera rimanga ai lettori dopo l’ultima pagina, Atzeni sottolinea la dimensione più umana del romanzo. «Nina e Tonino è un romanzo sofferto, perché affronta temi dolorosi e situazioni umanamente difficili. Mi piacerebbe però che, alla fine, restasse una riflessione sincera sulle difficoltà vissute da tante persone, ieri come oggi, e sulle sofferenze di chi si trovava accanto a chi aveva problemi psichiatrici».
E conclude: «Spero che il romanzo possa riaccendere anche solo un piccolo faro sulla condizione delle persone con disabilità psichica e sul modo in cui, un tempo, si cercava di curarle».