Alice Chighine, 41 anni, vive a Villaspeciosa ed è un’artista che ha fatto della sperimentazione il cuore del suo percorso. Tra tante altre tecniche, negli ultimi anni ha trovato nel sughero un materiale capace di dialogare profondamente con la sua identità e con la sua terra.
«Ho iniziato qualche anno fa, la scelta è stata casuale inizialmente. Volevo sperimentare materiali nuovi, diversi dal solito foglio di cartoncino, volevo qualcosa che desse carattere alle mie idee. Inoltre si sposava benissimo con l’idea di Sardegna, essendo anche un materiale prodotto nell’isola e usato da sempre per la creazione di manufatti. In più lo vedo come un richiamo alla terra e alle origini».
Il sughero, però, non è un punto d’arrivo, ma una tappa di un percorso più ampio: «Diciamo che il sughero è una parte del mio linguaggio. La mia storia artistica è frammentata da varie sperimentazioni. Oltre alla pittura e al disegno, mi dedico anche alla lavorazione della pelle, dove porto la pittura a mano anche negli accessori che creo. Il sughero è nato inizialmente per dedicare una collezione appunto alla Sardegna che è ancora in fase di realizzazione».
Il legame con l’Isola è qualcosa di viscerale, difficile da spiegare: «La Sardegna non si può spiegare, è una cosa che hai dentro, un richiamo, un tatuaggio nel cuore. Amo molto la mia terra e nella mia arte sento questo richiamo profondo che deve venire fuori. Anche se creo qualcosa che non la riguarda esplicitamente, la mia mano riporta sempre un segno inequivocabile di questa terra tramite simboli e decorazioni».
A colpirla del sughero è proprio la sua natura imperfetta: «Ha carattere, è ruvido, un po’ “grezzo”, ma ha molto potenziale, perché dà molto contrasto al dipinto che poi nascerà. E in più è una sfida personale, perché dipingere e disegnare su una superficie irregolare richiede molta più pazienza e precisione e quindi alla fine molta soddisfazione a lavoro finito».
Non mancano le difficoltà, ma diventano parte del percorso: «Il limite tecnico per me, la maggior parte delle volte, è stato il tempo che non ho potuto dedicare alla mia arte. Non è facile dedicarsi completamente a questo lavoro e a volte c’è stato un po’ di sconforto, ma la voglia di non mollare mi ha dato la spinta a sperimentare e rimettermi in gioco. Da qui nasce anche questo progetto sul sughero e la creazione di accessori in pelle».
Il processo creativo parte sempre da un’idea concreta: «Il disegno viene prima abbozzato sulla carta e riportato sul sughero a mano. Utilizzo la grafite per disegnare la prima traccia e poi colori acrilici e rapidografi per i tratti più fini».
Le sue opere portano con sé richiami evidenti alla tradizione sarda, spesso legati a ricordi d’infanzia: «Le arti e le tradizioni sarde mi hanno sempre affascinato e ne sono molto legata. Probabilmente tutto è nato da bambina: mia nonna aveva un costume sardo antico di Thiesi e per me era il vestito della regina. Era sarta e lavorava a uncinetto, quando la vedevo lavorare ne rimanevo incantata. Quegli intrecci e quei colori mi sono rimasti impressi, li porto nel cuore».
Tra i simboli che sente più vicini, emerge una figura precisa: «Ce ne sono tanti, ma tutte le cose che ricordano la donna sarda mi appartengono particolarmente: i gioielli, i ricami, gli abiti tradizionali e i tappeti. Il mio simbolo prediletto è la spirale, che è universale ma che è stato ritrovato nelle domus de janas e in tanti manufatti antichi. Per me è il simbolo per eccellenza: rappresenta la crescita interiore, la ciclicità e il tempo».
Nel suo lavoro convivono tradizione e reinterpretazione: «Cerco di non limitare la mia fantasia e di combinare le due cose nel mio modo di vederle. I miei dipinti sono quasi dei mandala e ne prendono ispirazione, per questo hanno una geometria precisa. Il mio intento è utilizzare lo stile dei mandala, rielaborarli con un mio stile e combinarli con le tradizioni sarde. Quello che desidero è che lo spettatore riconosca quei soggetti, quelle decorazioni, quella storia, ma che le veda in un modo nuovo».
Le idee nascono da un equilibrio tra osservazione e immaginazione: «Osservo molto e soprattutto i piccoli particolari mi affascinano. Poi nella mia testa tutto prende forma e butto giù le idee finché non viene fuori quella giusta».
E c’è una fase che ama più di tutte: «Amo perdermi nei piccoli dettagli e nella decorazione. A volte alcuni elementi nascono man mano che realizzo il lavoro e questo mi piace molto, perché l’arte è anche improvvisazione, è seguire un istinto e una sensazione del momento. Non può essere tutto progettato, perderebbe l’anima».
Le sue opere diventano così un racconto: «Raccontano la connessione con le tradizioni, con i simboli e anche con la spiritualità. L’unione del significato dei mandala, che rappresentano l’universo e il viaggio interiore, con tutto quello che fa parte della Sardegna. È un viaggio alla scoperta delle mie radici che viene fuori attraverso l’arte».
Trasmettere identità è qualcosa che accade in modo naturale: «L’identità sarda è qualcosa che hai dentro e nel mio caso viene fuori da sola attraverso le mie creazioni. Ritengo che sia importante portare avanti tradizioni e conoscenze per tenere sempre viva questa terra. Spero che arrivi anche alle nuove generazioni».
E in un presente sempre più particolare, l’artigianato diventa anche una forma di resistenza: «Credo che ci sia una riscoperta delle tradizioni. È importante non perdere il focus sulle cose autentiche e fatte a mano. Ormai tutto è digitalizzato e uniforme: tenere viva l’arte è un modo per resistere a questo cambiamento che ci vuole tutti senza anima».
Intanto lo sguardo è già rivolto al futuro, tra nuovi progetti e sperimentazioni: «La collezione in sughero è ancora work in progress, perché vorrei prendere spunto anche da altri aspetti che caratterizzano la nostra isola. Continua anche il progetto sugli accessori in pelle decorati a mano. Mi piace variare e dare spazio a nuove idee, non si escludono anche altri materiali come il legno».
E sul domani, nessuna rigidità: «Non saprei. La vita va vissuta giorno per giorno. L’importante è fare ciò che si ama e prima o poi si raccolgono i frutti. Quello che mi auguro è di migliorare sempre e magari, chissà, portare la mia arte anche fuori dalla Sardegna».
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