Il 25 febbraio 1999 è una data che per Marco Sulis (e molti altri), all’epoca appena quindicenne, resta incisa nella memoria con contorni nitidi: si parla di suoni, sguardi ma soprattutto istinto.
Oggi, ripercorrendo quei momenti, il suo racconto restituisce la dimensione umana di una tragedia vissuta dall’interno, con la paura che si intreccia al coraggio nonostante la giovane età.
«Ricordo il colpo dell’impatto, l’incredulità e gli sguardi tesi delle persone intorno a me», racconta. Già prima dell’atterraggio, qualcosa non lo convinceva: «Qualche movimento sospetto dell’aereo, forse. Non sapevo cosa stesse per succedere, ma non mi sembrava un atterraggio normale».
Quando il velivolo toccò terra senza rallentare, la sensazione fu immediata: «Una sensazione di incredulità. Avevo la sensazione che qualcosa non stesse andando per il verso giusto… ho pensato che mi sarei dovuto preparare all’impatto».
In quei secondi sospesi tra il rumore e il caos, la paura lasciò spazio all’azione. «La tensione era altissima, ma ho deciso di muovermi comunque; a volte l’istinto sa cosa fare prima della testa».
Davanti a lui, una possibile via d’uscita. «Ho visto l’uscita possibile e l’ho presa, sapendo che era l’unico modo per cambiare le cose in quel momento. Non ho pensato alle conseguenze, solo che dovevo fare qualcosa di concreto».
Non la percezione di essere un eroe, ma la concentrazione sul gesto: «No, in quel momento pensi solo a muoverti… facilitare l’uscita di chi era vicino e segnalare che ci fosse quell’uscita. Il resto è venuto dopo». Restare lucido non fu semplice: «Non è stato per niente facile, ma avere qualcosa di concreto da fare mi ha aiutato a restare presente… ho pensato che agendo così potevamo avere qualche possibilità di salvezza».
Tra i ricordi più forti, la figura dell’assistente di volo: «Ricordo una donna che ha pensato agli altri fino all’ultimo. Il suo modo di restare al suo posto mi ha colpito tantissimo».
Anche senza coglierne ogni gesto, il suo impegno era evidente: «Si percepiva che stava cercando di tenere insieme le persone nel caos».
Determinante fu anche l’arrivo dei soccorsi. «Era febbraio e l’acqua era molto fredda e i passeggeri molto provati… Sapere che qualcuno stesse arrivando in nostro soccorso ci faceva sperare che tutto sarebbe finito a breve».
Nei mesi successivi, con alcuni superstiti rimase un contatto: «Soprattutto nei primi tempi… resta un filo che non si spezza del tutto». Più complesso, invece, gestire l’attenzione mediatica a soli 15 anni: «Da un lato capivo l’interesse per la vicenda, dall’altro avrei voluto solo tornare alla normalità».
Attorno a lui, però, non mancò il sostegno: «Sono stato circondato da affetto… ma anche da tante domande». Sul piano psicologico, «familiari e amici mi erano vicini».
Tornare a volare fu una scelta precisa: «Dopo un episodio simile inizialmente resta un po’ di tensione, ma una settimana dopo ho ripreso l’aereo. Non volevo lasciare che questa brutta esperienza mi impedisse di ritornare alla normalità».
Negli anni, il ricordo è riaffiorato: «In alcuni anniversari, o quando vedevo notizie di altri incidenti… ma nulla di travolgente».
Oggi la parola coraggio ha un significato concreto: «Per me è perseverare nella cosa giusta, assumendoti la responsabilità di un gesto, con resilienza verso le difficoltà».
È tornato più volte sul luogo dell’incidente: «Non è stato leggero, ma mi ha aiutato a chiudere qualche conto aperto con i ricordi».
Quell’esperienza ha lasciato un segno profondo nel suo modo di vivere: «Sicuramente gratitudine per esser qui a poterlo raccontare… valorizzare il tempo vissuto, qualità nel lavoro, tempo per relazioni vere e un po’ di resilienza quotidiana che rende tutto più intenso».
Capita ancora che qualcuno lo riconosca: «Ogni tanto succede. Mi fa piacere quando la conversazione si sposta più su ciò che abbiamo vissuto come persone, che sul risalto mediatico».
E se dovesse restare un’immagine di quella giornata, non avrebbe dubbi: «La solidarietà tra le persone, più della tragedia in sé».
C’è poi una riflessione che sente profondamente sua: «Dopo una esperienza simile si ha la consapevolezza che alcuni passeggeri non hanno avuto questa possibilità di continuare a vivere. Questo suscita rispetto… e la consapevolezza ancora più forte di dover essere grati per la vita di tutti i giorni».
Oggi, pensando alle vittime, il sentimento che prevale è essenziale e silenzioso: «Rispetto, prima di tutto. E una gratitudine silenziosa, che cerco di onorare vivendo in modo un po’ più consapevole ogni giorno».
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