Quando si perde la parola: la logopedista Erica Monni parla del delicato compito di restituire voce agli adulti

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Quando si parla di logopedia, l’immaginario collettivo corre subito ai bambini, alle prime parole da imparare, ai suoni da correggere. Eppure esiste un mondo molto più silenzioso e spesso invisibile: quello degli adulti che, a causa di una malattia o di un trauma, devono reimparare a comunicare, a deglutire, a farsi capire. È qui che lavora Erica Monni, logopedista, in un ambito ancora poco conosciuto e segnato da una forte carenza di professionisti. «La logopedia con la persona adulta si occupa di tutte le difficoltà legate alla comunicazione, al linguaggio, alla voce e alla deglutizione che possono comparire in seguito a malattie neurologiche, oncologiche o traumatiche», spiega. «Lavoriamo con persone che, dopo un evento come un ictus o una patologia degenerativa, devono recuperare o compensare funzioni fondamentali come parlare, comprendere, alimentarsi in sicurezza o farsi capire dagli altri». Il primo equivoco da sfatare è uno dei più radicati. «“Ormai è tardi”», dice Monni. «In realtà il cervello mantiene capacità di adattamento anche in età adulta e anziana. La riabilitazione logopedica non serve solo a “tornare come prima”, ma soprattutto a recuperare autonomia, dignità e qualità di vita, anche quando il recupero completo non è possibile».

I casi in cui l’intervento logopedico è necessario sono numerosi. «Principalmente dopo ictus, traumi cranici e malattie neurodegenerative come Parkinson, sclerosi multipla, SLA e demenze». A questi si aggiungono «le patologie oncologiche che coinvolgono il distretto testa-collo». In tutti questi contesti, sottolinea, «possono comparire difficoltà nel linguaggio, nella parola, nella voce e nella deglutizione». Ma cosa significa davvero “reimparare a parlare” dopo un ictus o un trauma cranico? «Significa riorganizzare il linguaggio, spesso partendo da ciò che è rimasto intatto. Non è solo pronunciare parole, ma riuscire a comunicare bisogni, emozioni, pensieri». E il lavoro non è mai standard: «A volte si lavora sulla parola, altre sulla comprensione, altre ancora su strategie alternative di comunicazione». Il linguaggio, del resto, non è solo una funzione. «È intrecciato in modo profondissimo con identità, autonomia e dignità della persona», racconta. «Attraverso il linguaggio una persona afferma chi è, prende decisioni, mantiene relazioni. Quando il linguaggio viene meno, il rischio è l’isolamento. La logopedia aiuta a restituire voce non solo in senso tecnico, ma anche umano». Nelle malattie neurodegenerative il ruolo della logopedia è centrale. «In questi casi non si parla solo di recupero, ma anche di prevenzione, mantenimento e compenso. L’obiettivo è rallentare il peggioramento, preservare la comunicazione il più a lungo possibile e garantire una deglutizione sicura». Anche nei percorsi oncologici la logopedia entra spesso in gioco. «Può intervenire prima, durante o dopo le terapie», spiega Monni. «Lavoriamo sugli esiti degli interventi chirurgici, della radioterapia o della chemioterapia, che spesso compromettono voce, parola e deglutizione». Le conseguenze possono essere pesanti: «Affaticamento vocale, difficoltà a parlare, afonia, dolore, disfagia e rischio di aspirazione e penetrazione durante i pasti». In questi casi «la logopedia aiuta a recuperare funzionalità e sicurezza, ma anche ad adattarsi a un nuovo equilibrio». Per un adulto, accettare di dover imparare di nuovo gesti così fondamentali non è semplice. «È molto difficile», ammette. «Significa confrontarsi con la perdita di controllo e con un cambiamento profondo della propria identità. Il lavoro del logopedista deve sempre tener conto di questo aspetto emotivo, procedendo con rispetto e gradualità». Quando si perde la parola o la voce, ciò che è in gioco va ben oltre la comunicazione. «Si rischia di perdere relazioni, ruolo sociale, autonomia. Spesso si perde la possibilità di raccontarsi. Per questo la riabilitazione non riguarda solo una funzione, ma la persona nella sua interezza».

L’aspetto psicologico è quindi «cruciale». «Motivazione, accettazione e supporto emotivo sono determinanti», sottolinea. «Lavoriamo molto spesso in sinergia con la famiglia, perché il recupero passa anche dall’ambiente e dalle relazioni». A tutto questo si aggiunge una criticità strutturale: la carenza di logopedisti che lavorano con gli adulti. «Comporta ritardi nella presa in carico, percorsi riabilitativi incompleti e un carico enorme sulle famiglie». Una situazione che «in territori complessi come l’Ogliastra è ancora più evidente». Il tempo, in questi casi, fa la differenza. «Un intervento precoce permette maggiori possibilità di recupero e prevenzione delle complicanze. Intervenire tardi significa spesso dover gestire danni già consolidati». I segnali da non sottovalutare sono chiari: «Difficoltà improvvise nel parlare o nel comprendere, isolamento comunicativo, voce alterata, tosse durante i pasti, perdita di peso, difficoltà a deglutire. Non sono segnali “normali” dell’età». L’appello alle istituzioni è netto: «Investire di più nei servizi domiciliari, soprattutto nelle aree interne. Garantire continuità assistenziale significa tutelare la dignità delle persone più fragili». E a chi pensa che intervenire non serva perché “ormai è adulto”, Erica Monni risponde senza esitazioni: «Non è mai troppo tardi per migliorare la qualità della vita. Anche piccoli progressi possono fare una grande differenza nel quotidiano di una persona e della sua famiglia».