Eh, lascialo piangere che si fa i polmoni. Sempre in braccio no, che poi si vizia. Uno sculaccione, ecco cosa ci vuole. Dagli una bella punizione, così capisce. E chi più ne ha, ne metta. Per moltissimo tempo pratiche come queste sono state la normalità. E chi non le seguiva era un debole e "io lo so, di te i figli ne faranno ciò che vogliono". Ma quelli che un tempo erano metodi educativi normali, talvolta ritenuti necessari, ora sono... Dannosi. Punto. Senza se e senza ma. Erano usati per fare sì che i nostri figli fossero "preparati alla vita" e ubbidienti quanto basta, ora sono semplicemente banditi perché pericolosi per quello che è lo sviluppo psicofisico dei bimbi.
«Dagli anni ’70 in poi, con l’evoluzione delle neuroscienze, l’aumento degli studi e soprattutto con un cambiamento profondo nella visione del neonato, è avvenuto un vero cambio di prospettiva», spiega la psicologa Alice Cuboni. «Negli anni precedenti il neonato e il bambino venivano visti come esseri passivi. Oggi sappiamo che non è così».
Cuboni si occupa quotidianamente di età evolutiva, disturbi del neurosviluppo e accompagnamento alla genitorialità. Laureata in Psicologia, ha svolto il tirocinio professionalizzante presso il servizio di Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza di Lanusei e ha approfondito negli anni lo studio della psicologia dello sviluppo, della psicologia perinatale e della neuropsicologia. Lavora in équipe con logopediste, educatrici, nutrizionista, osteopata e ostetrica, occupandosi di valutazioni neuropsicologiche, supporto ai caregiver e consulenze sul sonno del neonato e del bambino.
Un lavoro clinico che incrocia quotidianamente le conseguenze di certi modelli educativi.
«Gli studi sull’attaccamento e sulle funzioni cognitive del bambino hanno dimostrato che un’educazione basata sull’ipercontrollo, sulla paura o sulla negazione delle emozioni può avere effetti profondamente dannosi, sia sul piano psicologico che fisico».
Uno dei nodi più controversi resta quello delle punizioni fisiche. «Ancora oggi la sculacciata viene definita una “punizione leggera”», osserva Cuboni. «Si sente dire: “una sculacciata non ha mai ucciso nessuno”. Ed è vero. Ma non esiste solo la morte come causa di malessere».
La scienza, spiega, mostra un quadro molto diverso. «Le recenti evidenze scientifiche sostengono che la sculacciata trasmette al bambino un messaggio profondo: ‘chi ti ama può farti male’». Nell’immediato il comportamento può interrompersi, ma la domanda resta aperta: «Abbiamo davvero educato il bambino o ha semplicemente smesso per timore del dolore o dell’aggressività del genitore?».
«L’effetto che ne segue non è educativo, ma emotivamente disorganizzante», sottolinea la psicologa. «Insegna la paura, non il rispetto». Studi longitudinali e review metanalitiche mostrano come l’uso della disciplina fisica sia associato a un aumento dei comportamenti esternalizzanti, come aggressività e oppositività, e a difficoltà nella regolazione emotiva e nel comportamento sociale.
«È importante ricordare che il bambino sta imparando a stare nel mondo», aggiunge Cuboni. «Non conosce tutte le regole né possiede le strategie che abbiamo noi adulti. Un comportamento che ai nostri occhi appare così errato potrebbe essere semplicemente una sperimentazione del mondo».
Ed è qui che entra in gioco il ruolo dell’adulto: «Sarebbe più funzionale insegnare modalità differenti, essere noi il primo esempio e offrire un’alternativa di comportamento».
Accanto alla violenza fisica esistono poi forme di punizione meno visibili ma altrettanto impattanti. «Punizioni emotive come “se fai così mamma va via” o “se fai il monello papà non ti vuole” creano distanza e una profonda paura di essere abbandonati», spiega. «Anche qui il bambino non impara un comportamento funzionale: smette perché ha paura».
L’obiettivo, invece, dovrebbe essere un altro: «Non punire, ma riparare, comprendere e imparare».
Un capitolo particolarmente delicato riguarda il pianto, soprattutto nei primi mesi di vita. «Il pianto è ancora oggi molto discusso e spesso viene considerato utile per far crescere i polmoni», osserva Cuboni. «Ma l’unica cosa che cresce è l’insicurezza del bambino».
«Il neonato che strumenti ha, oltre al pianto, per comunicare?», si chiede. «Il pianto è uno strumento di comunicazione e di autoregolazione». Ignorarlo, spiega, può avere conseguenze che non si vedono subito. «Se ignorato, il bambino può sviluppare difficoltà nell’autonomia e nell’autostima. Impara che le sue emozioni e i suoi bisogni primari non vengono accolti».
«Ci tengo a sottolineare “a lungo termine”», ribadisce. «Gli effetti del trascurare un pianto non li vediamo immediatamente, ma possono emergere nell’adolescenza o nell’età adulta». Quando un bisogno non viene accolto, «il bambino impara che quel canale non funziona e il comportamento cessa, ma viene spostato in altre situazioni».
Accogliere il pianto non significa viziare. «Accogliere vuol dire aiutare il bambino a dare un nome a ciò che sente e a trovare strumenti per affrontarlo». E chiarisce un punto fondamentale: «Nei primi mesi di vita i neonati non hanno ancora sviluppato i circuiti neuronali per potersi viziare».
Negare le emozioni, invece, lascia tracce profonde. «Frasi come “non piangere”, “non è niente”, “i bambini che piangono sono brutti” o “smettila altrimenti non ti voglio più” negano l’emozione e impediscono al bambino di riconoscerla e di starci».
E nella pratica quotidiana? «Dobbiamo imparare prima noi adulti l’autoregolazione, per poi trasmetterla ai bambini», afferma Cuboni. «Coltivare l’osservazione senza giudizio e l’ascolto attivo». Perché, ricorda, «i bambini fanno ciò che noi facciamo, non ciò che diciamo».
L’adulto può accogliere, nominare le emozioni e sostenere il bambino nell’attraversarle. «Con il tempo, quel modello diventerà interno e interiorizzato: è così che nasce la vera autonomia emotiva». Anche strumenti semplici possono aiutare: «La lettura, la condivisione delle emozioni, raccontare come noi adulti gestiamo tristezza o rabbia».
Le regole restano necessarie. «I bambini hanno bisogno di contenimento, regole salde, confini chiari e di riconoscere l’autorevolezza dei genitori». Ma senza violenza. Non a caso, molte associazioni pediatriche e psicologiche raccomandano approcci basati sulla spiegazione, sulla relazione e sulla co-regolazione emotiva.
I dati scientifici confermano queste indicazioni. «Un importante report dell’Organizzazione Mondiale della Sanità ha catalogato le punizioni corporali come fattore di rischio per ansia, depressione, bassa autostima e instabilità emotiva», ricorda Cuboni.
Studi neuroscientifici mostrano che la punizione fisica attiva risposte di stress nel cervello simili a quelle osservate in esperienze altamente stressanti.
Di fronte a tutto questo, è normale sentirsi messi in discussione. Ma la psicologa rassicura: «Nessun genitore è perfetto. E per fortuna». Non esistono libretti di istruzioni. «Ogni bambino è unico. Diffidate dei metodi che funzionano “con milioni di bambini”», dice. «Piuttosto, quei soldi spendeteli per una buona pizza».
Ciò che conta è la disponibilità a lavorare su di sé. «Il genitore sbaglia, ma può riparare. Anche la relazione può essere recuperata». Ogni scelta di ascolto e cambiamento è già un insegnamento. «È l’amore imperfetto, ma autentico».
Perché, conclude Cuboni, «è la relazione, più di ogni altra cosa, a educare davvero». Un bambino che si sente visto e compreso sarà più autonomo, più capace di trovare soluzioni, più rispettoso di sé e degli altri.
Essere genitori è complesso. «Ogni giorno è una nuova avventura», dice. E per questo «è fondamentale non dimenticarsi di essere anche persone». Ritagliarsi spazi di ricarica non è un lusso, ma una necessità. «Solo così possiamo proteggere la relazione genitore-figlio e prevenire che lo stress si trasformi in aggressività».
![]()