Nessuna definizione netta per l’artista villagrandese Davide Careddu, in arte Garé: nel suo percorso, lungo e pieno di traguardi, un mondo intero di idee e progetti. L’ultimo, un murale, nel suo paese, che preso da una vecchia foto sembra far rivivere momenti passati e delle sculture che abbelliscono un giardinetto lì accanto. Una bravura, la sua, che è innegabile.
Il suo percorso artistico nasce più da una necessità che da una scelta programmata, anzi, addirittura da un’urgenza interiore che negli anni ha preso forma attraverso materiali, linguaggi e discipline diverse.
«Non saprei dare una risposta certa. I pensieri e le emozioni cambiano assetto continuamente e insieme a loro le certezze di una persona. Più che una scelta penso sia stata la necessità di sfamare il demone interno».
Una spinta che non ha mai avuto a che fare con la sicurezza, ma con il coraggio, quello che permette di affrontare l’ignoto, di buttarsi, senza se e senza ma. Perché è fuoco.
«Il coraggio e l’incoscienza penso siano tra gli ingredienti principali della ricetta che mi ha portato a seguire questa strada. Il coraggio di “essere” è qualcosa che va cercato al di là delle proprie paure».
Per Garé, la paura non è un nemico da eliminare, è una presenza da riconoscere e comprendere, da avere al proprio fianco.
«La paura è un’arma di difesa fondamentale… però c’è anche una paura irrazionale e dannosa, basata sulle esperienze negative, sui pregiudizi, sul peso sociale e culturale. È importante distinguere l’una dall’altra per poter distruggere la paura irrazionale e vivere a pieno la nostra vita».
Il coraggio, insomma, non coincide con l’assenza di timore.
«Coraggio non significa non avere paura. Significa riconoscerla e non permetterle di fermarti e paralizzarti».
E accanto al coraggio, Garé rivendica un’altra parola spesso fraintesa: incoscienza.
«Dove “incoscienza” è abbandonarsi, lasciare andare il bisogno di controllo per lanciarsi nell’ignoto. In un mondo che sembra correre in una gara di Formula Uno, bisogna avere il coraggio e l’incoscienza di fare la scelta meno logica e meno “sicura”».
Una visione che riassume con una frase letta di recente e diventata per lui emblematica:
«La nave nel porto è al sicuro, ma non è per questo che è stata costruita».
Il percorso di studi di Garé ha contribuito a plasmare il suo sguardo sul mondo, ma senza mai diventare un punto d’arrivo.
«La formazione che ho avuto ha sicuramente influenzato il mio modo di intendere la vita. Tuttavia sono felicemente convinto che questo percorso formativo non sia ancora concluso e spero non finisca mai».
Al centro del suo pensiero c’è il rifiuto delle verità assolute.
«Non esiste una realtà né una verità. Non esiste un limite esatto tra giusto e sbagliato. Tra il bianco e il nero ci sono tutti i colori possibili e immaginabili».
Definirsi, per lui, è un’arma a doppio taglio.
«La necessità di definirci, se da un lato ci dà sicurezza, dall’altro ci rende piccoli e ci impedisce di espanderci».
Anche l’interesse per la scienza contemporanea — dalla fisica quantistica all’astronomia — ha aperto nuove prospettive.
«Riconosco che l’accesso a queste nuove porte ha fatto sì che in me iniziasse una nuova fase di crescita intellettuale e personale che per molti aspetti mette in discussione il mio percorso formativo passato».
Per Garé, crescere significa soprattutto mantenere aperte le porte della conoscenza.
«Di questo si tratta: lasciare aperte le porte della conoscenza e della percezione per poter continuare nel cammino di crescita che è la vita».
Un momento decisivo del suo percorso è stato l’Erasmus, vissuto come un vero e proprio distacco dalle certezze.
«È stata una delle prime volte in cui ho iniziato a sciogliere le corde che mi tenevano al sicuro nel porto».
Un’esperienza intensa, quasi deflagrante.
«Mi sono lanciato verso l’ignoto ed è stato come sollevare il coperchio del vaso di Pandora… è stata un’esplosione che si è propagata in tutte le direzioni».
Il laboratorio di scultura ha segnato profondamente il suo percorso.
«È stata la conferma che le mie inquietudini, i miei dubbi e le mie esigenze stessero andando tutte nella stessa direzione».
Guardando oggi a quel periodo, Garé lo riconosce come il primo vero atto di fede in se stesso.
«Ha rappresentato il primo vero salto nel vuoto e il primo vero atto di coraggio e incoscienza cosciente».
La scelta dei materiali, nel suo lavoro, non segue schemi prestabiliti.
«La scelta del materiale non è sempre cosciente e ragionata. Certe volte è casuale. Spesso è il materiale stesso a dirmi cosa vuol raccontare».
Per Garé, l’arte è una relazione viva.
«Una delle caratteristiche più belle della relazione amorosa con l’arte è che non ci sono regole fisse. Le strade dell’arte sono infinite».
Disegno, pittura e scultura convivono come strumenti di un unico linguaggio.
«Sono diversi strumenti per dare voce a ciò che ho dentro. È l’arte stessa a gridarti sotto quale forma vuole mostrarsi».
Una contaminazione continua, anche sul piano tecnico.
«È impressionante vedere quanto una scoperta nel disegno possa influire nel lavoro di scultura o pittura e viceversa».
Garé non ha mai cercato uno stile in senso tradizionale.
«La difficoltà nel definirlo è dovuta al fatto che non ho mai cercato uno stile in concreto. Quello che cerco è un linguaggio, un concetto».
Negli artisti che sente affini riconosce una caratteristica fondamentale.
«Il primo requisito è la mancanza di certezze, simbolo di umiltà e di intelligenza».
Seguono introspezione, autocritica e capacità di vedere oltre.
«Il cercare bellezza dove gli altri vedono spazzatura. Il pensare oltre gli schemi, sapendo che forse non si troveranno risposte definitive».
Quanto alla sua identità, Garé si riconosce in una sintesi.
«Ho una parte artigiana, immancabile, ma senza la parte filosofica sarebbe tutto molto noioso. Un’opera senza pensiero è come una persona bellissima ma senza cervello».
Un tema attraversa gran parte della sua produzione più intima.
«La ricerca dell’equilibrio, sia tecnico che concettuale, come unica strada possibile per raggiungere la serenità».
L’arte, per lui, è totalità.
«È un modo per comunicare, curarmi, provocare, stimolare il pensiero. Ma soprattutto è un buon motivo per esistere».
Profondo anche il legame con la Sardegna e l’Ogliastra.
«La sento nelle vene, soprattutto quando me ne allontano. Corre sotto la pelle, con i suoi colori, i profumi, i silenzi».
Un rapporto fatto di amore e frizione.
«C’è anche una Sardegna con cui non sono riuscito ad andare d’accordo, che mi ha spinto a cercare altre risposte».
Garé rivendica la necessità di restare in movimento.
«Sono convinto della strada dell’evoluzione continua, anche se è difficile quando devi scontrarti con le aspettative del pubblico».
Proteggere la propria passione diventa essenziale.
«Se non stai attento rischi che non sia più la tua passione».
La musica è un altro tassello del suo linguaggio.
«È un’estensione del mio modo di esprimermi. Le vie dell’arte sono infinite».
Quanto al futuro, Garé rifiuta traiettorie rigide.
«Non posso né voglio dare una direzione alla mia arte. L’evoluzione personale è la base di tutta la mia creazione».
Tra i progetti, la serie di sculture basate sull’equilibrio resta centrale.
«Mi dedico da anni alla serie “Equilibrium”, ma non escludo di fondere nuove discipline e aprirmi a nuove forme d’espressione».
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