Quando lo sport unisce i giovani e salva i territori, la parola alla presidentessa Barra: "Lo sport? Molto più di una medaglia"

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  In Sardegna lo sport non è un lusso né un passatempo: è una forma di resistenza civile. È un modo per dire: io esisto, io ci sono, io valgo. È qualcosa di più, insomma, in quella che è la nostra Sardegna. Ne parla Loredana Barra, presidentessa di Uisp Sardegna, parlando di un’Isola in cui lo sport diventa presidio, cura e comunità. «Quando si usa la parola sport che è una parola universalmente riconosciuta per la quale non esistono traduzioni, troppo spesso il pensiero comune si ferma ad un solo modello, quello dell’agonismo, finalizzato all’alta prestazione e al risultato assoluto». Ma, continua, «in un territorio come il nostro, caratterizzato da una realtà geografica connotata da dispersione territoriale, spopolamento, povertà, denatalità, mancanza di opportunità, lo sport non può essere solo prestazione». Da qui nasce quindi un nuovo concetto: «Un altro modello di sport e lo chiamiamo sportpertutti (tutto attaccato): uno sport che esce dai recinti e dai campi tradizionali di gioco in cui spesso viene rinchiuso e invade le città, paesi, strade, piazze e sentieri, rendendoli civici, giocabili e calpestabili». Uno sport che «ha una funzione preventiva rispetto alla salute, la cui mancata pratica incide in modo significativo sulla spesa sanitaria» e che «si piega, si forma e si conforma a misura di ciascuna persona», perché «riesce a superare l’asticella dell’inclusione tenendo conto del bisogno umano di ciascuno di procedere con il proprio tempo e i propri modi; ognuno al proprio passo». In Sardegna, continua barra, dove il tessuto sociale è connotato da un forte senso di comunità, «lo sportpertutti diventa quindi uno strumento privilegiato per rendere effettivi i diritti esistenti e promuovere il riconoscimento di nuovi diritti». Diritti che riguardano i soggetti più fragili, gli esclusi, i bambini e le bambine che nella nostra terra stanno sparendo, ma anche i giovani che non riescono ad immaginare il loro futuro e persino: «coloro che non vinceranno mai una medaglia perché forse non potranno mai fare una gara». È in questo contesto che Uisp Sardegna diventa molto più di un ente sportivo: «Con i suoi circa 25mila soci e 300 associazioni affiliate rappresenta per tutto il territorio sardo un presidio sociale.»

  «Spesso nella nostra terra una società sportiva diventa l’unico luogo di aggregazione rimasto in un piccolo Comune sia per i tantissimi anziani sia per i pochi giovani». Per questo, spiega, vedere lo sport come collante quindi significa dare a tutti e tutte dal bambino/a all’anziano un motivo per restare, per incontrarsi e per sentirsi parte di una comunità viva. Gli effetti si vedono nei territori: «Io credo che lo sportpertutti abbatta più muri e molto più velocemente di quanto possano fare i discorsi politici». Succede quando «abbiamo visto paesi quasi deserti animarsi grazie alle giornate dello sport» e quando «una comunità riesce a smettere vedere una persona con disabilità come qualcuno da assistere e inizia a vederla come un compagno di squadra». Ma perché? Be', perché: «Lo sport crea di fatto coesione sociale, crescita personale, sviluppo territoriale e promozione della salute, portando cittadinanza, coesione sociale, unione tra popoli, testimonianza di possibilità di emancipazione, dignità ed eguaglianza per tutti». Ma le criticità restano forti. «Lo sport sociale, accessibile a tutti e tutte, in Sardegna, presenta diverse criticità», dalle disparità tra territori alla mancanza di sinergia tra istituzioni e realtà locali, fino alla mancata accessibilità economica. Come Barra specifica, In una regione che detiene il titolo di regione italiana con la natalità più bassa e più colpita dallo spopolamento, il 33% delle persone di minore età in Sardegna vivono in povertà relativa. Questo significa che: «In Sardegna nascere in un posto sbagliato significa avere meno opportunità e meno diritti». Per questo esiste un impegno continuo nelle nostre strategie di promozione sociale attraverso lo sport, per contrastare l’isolamento e la sedentarietà e garantire un accesso allo sport equo, inclusivo e sostenibile a tutti e tutte. Anche la missione della Uisp si muove in questo scenario: «La missione resta “lo sport per tutti”, ma è cambiata la consapevolezza». Tra «riforma dello sport» e «Riforma del Terzo Settore», resta forte la battaglia politica perché «lo sport sia riconosciuto come spesa sanitaria preventiva». In una Sardegna segnata da "piramidi rovesciate", dove «a una piramide che ha alla base il vasto mondo della promozione sportiva… corrisponde una piramide dei finanziamenti che vede un’iniqua distribuzione di risorse, lo sportpertutti deve sedere di diritto al tavolo delle politiche pubbliche». Il lavoro sul territorio passa dal policentrismo: «Il Comitato Regionale significa policentrismo», continua «è il punto di connessione tra tutti i Comitati della Sardegna.» In questo modo «l’ASD di un piccolo borgo della Barbagia… ha la stessa dignità di quella di una città metropolitana». E si guarda al futuro con il turismo sportivo: «Potenziare il turismo sportivo sostenibile che valorizzi la Sardegna tutto l’anno come una palestra a cielo aperto», grazie a - testuali parole - un ambiente naturale straordinario e a tradizioni e cultura locale che riescono ad integrarsi con lo sport e creare esperienze uniche. Ai giovani, infine, il messaggio è netto: «Fare sport in giovane età significa usare il tempo della crescita rendendolo un tempo per diventare grandi e non per diventare campioni». «Lo sport dei giovani per Uisp è una palestra di vita, dove giocare, sviluppare la salute fisica e mentale, potenziare il corpo, imparare a stare con gli altri e comprendere la cooperazione nello spirito di squadra conta più di qualsiasi risultato. E perché: «lo sport per le persone di minore età non deve essere un traguardo ma un percorso», dato che «non è certo una medaglia che definisce il valore del percorso». In una Sardegna che rischia di svuotarsi, lo sport, così, resta uno dei modi più concreti per continuare a essere comunità.