Una penna Bic scrive, disegna, non cancella. E non perdona, neppure. Ma nelle mani di Valerio Pisano, artista ogliastrino, diventa strumento di libertà assoluta. Un oggetto comune che si trasforma in linguaggio. In arte. In visione. Da quasi mezzo secolo Pisano disegna con l’inchiostro della celebre penna, attraversando forme, idee e materiali senza mai accettare una gabbia, nemmeno quella – apparentemente rassicurante – della riconoscibilità.
Lui, con la penna Bic, costruisce mondi: disegni che richiedono mesi, anni anche, con una tecnica che non ammette errori. Scorciatoie. Un lavoro paziente e ispirato che nasce dall’oggetto più conosciuto e lo trasforma in opera d’arte.
Da quanto Valerio Pisano disegna con la penna Bic? Da sempre. O, come dice lui, «inconsapevolmente da sempre, consapevolmente poco prima del 2000». Dopo aver sperimentato pittura a olio e acrilici, ha capito che quei linguaggi non lo rappresentavano quanto l’inchiostro blu: «è lì che ho sentito la libertà di dire che la penna è lo strumento che meglio mi rappresenta».
Una libertà che però non vuole trasformare in vincolo: Pisano rivendica il diritto di sperimentare, di non essere “schiavo” di una tecnica sola.
È proprio il concetto di riconoscibilità a metterlo in allerta. «Quando sento dire che un artista deve essere riconoscibile, mi si accende un campanello della diffidenza», spiega. Per lui è una gabbia, un limite che avrebbe impedito la nascita di molte delle sue opere più importanti: dalla serie Profumo di ringhiera, che lo ha portato a esporre in spazi storici di Roma con artisti di rilievo nazionale e internazionale, al Progetto Orione, un ponte simbolico tra la Terra e la costellazione di Orione attraverso una caffettiera. E ancora Tunnellagio, Media Imprinting, il Biddopoli – un Monopoli personalizzato, “cucito addosso” a chi lo riceve – fino all’evoluzione delle penne e dei tappi disegnati, trasformati in veri bronzetti con la tecnica della cera persa. Da lì nasce la sua Pop Art Arcaica, un cortocircuito tra contemporaneo e ancestrale.
Essere ogliastrino, e più in generale sardo, è una componente del suo sguardo, ma non un vincolo identitario. Non saprebbe quantificarne il peso, e non vuole legarsi a filo doppio alle origini: preferisce lasciarsi contaminare anche da ciò che incontra nei viaggi e negli spostamenti, mantenendo lo sguardo aperto.
La Bic, strumento quotidiano e “povero”, entra nella sua vita molto presto. La prima penna autoritratta risale addirittura alle scuole elementari, nel 1977-78, anche se Valerio lo scopre solo nel 2011, durante un trasloco: in un vecchio album da disegno riaffiorano una penna blu e una rossa, dimenticate per decenni. A queste si affianca una seconda “prima volta”: l’estate del 2009, quando, in un momento di noia e vuoto creativo, riprende a disegnare penne. Due origini diverse, unite dallo stesso gesto.
Disegnare con la Bic significa anche fare i conti con l’irreversibilità del segno. «L’errore non è cancellabile», dice senza mezzi termini. In alcuni casi si può coprire, ma spesso no: se il tratto è sottile o la campitura ampia, l’unica soluzione è ricominciare. Gli è capitato di rifare un lavoro tre volte per un errore minuscolo. E su questo non ha dubbi: «Odio l’imperfezione».
I tempi sono lunghi, a volte lunghissimi, ma la pazienza non è un peso: è l’ingrediente principale del suo processo creativo. Un disegno composto da 525 tappi neri gli ha richiesto cinque mesi di lavoro quotidiano; altri lavori si sono dilatati per anni, intervallati da pause. Avvicinandosi alla fine, però, arrivano sempre emozione e soddisfazione.
Prima del 2009, racconta, si perdeva spesso nel gesto puro: disegnava senza progetto, come in un viaggio spontaneo. Dopo quella data, il metodo cambia: l’idea è chiara fin dall’inizio e il lavoro procede in direzione di quell’idea, senza deviazioni.
Le sue opere raccontano molte cose, spesso già a partire dai titoli: manette con le nacchere, un crocifisso a serramanico, una maniglia per libri, il profumo di ringhiera. Possono strappare un sorriso, ma contengono sempre un livello più profondo.
La sua speranza è che l’osservatore colga il concetto che intende trasmettere, anche se a volte accade qualcosa di ancora più interessante: chi guarda legge significati che lui stesso non aveva previsto. Accade anche con un semplice mucchio di tappi, che non è solo una prova di pazienza ma un contenitore di simboli.
Più che messaggi ricorrenti, nelle sue opere torna una forma. Prima ancora delle penne autoritratte, mentre disegnava senza un progetto preciso, Valerio si accorgeva che certe forme emergevano da sole, e lui le accompagnava fino a dare loro un’identità, non sempre immediatamente leggibile.
In un’epoca dominata dal digitale, il rapporto fisico con il foglio ha perso per lui la centralità assoluta che aveva negli anni Novanta. Gli esperimenti con altri materiali e strumenti, compreso il digitale, gli hanno dimostrato che il concetto può passare attraverso linguaggi diversi. Il foglio non verrà sostituito, ma affiancato: «Il digitale è un altro strumento utile alla mia creatività».
Il pubblico reagisce con entusiasmo. Pisano si considera fortunato: riceve apprezzamenti per le idee, per l’originalità, e soprattutto per aver creato qualcosa che non esisteva prima. Un riconoscimento che non resta solo verbale, ma si traduce in segni concreti.
Non ama però usare il successo come bussola. Preferisce concentrarsi sugli insuccessi e sulle critiche, perché li considera più utili al miglioramento. Le emozioni più forti arrivano in momenti specifici: come quando ha visto partire da Lanusei il bronzetto gigante destinato al Bosco Selene. Dopo mesi di lavoro intenso sul Capo Tribù, insieme a Gianleonardo Viglino, le emozioni esplodono tutte insieme davanti al camion, alla gru, al basamento in porfido. «Una vera bomba emotiva». Altrettanto potente è stato osservare la sorpresa delle responsabili Bic arrivate da Parigi, davanti a un’installazione immersiva fatta di milioni di tappi blu.
Il futuro non prova nemmeno a immaginarlo. La sua attenzione è rivolta ai cambiamenti interiori. Il resto, dice, verrà da sé. Più che sognare un’opera specifica, sente il bisogno di sperimentare nuovi materiali: ceramica, resine, legno, metalli. «Sono in preda a un’insaziabile curiosità».
E se dovesse restare qualcosa, più di un’opera, vorrebbe che restassero i messaggi che cerca di veicolare: strumenti utili alle persone, capaci – anche solo un po’ – di aiutarle a migliorarsi.
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