Antonio Marras, regista e scrittore isolano: "La mia opera? Un dialogo continuo con ciò che siamo e ciò che perdiamo"

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  Regista e scrittore, anima poliedrica che ha fatto dell'arte la sua vita: Antonio Marras ha un fuoco che arde, dentro di sé. Sì, perché la scrittura è passione e ossessione, è lima e attenzione certosina, è scavo dentro di sé e anche fuori, nel mondo che si vive. Un tuffo nella sua vita. Nato e cresciuto a Lula, racconta che il suo avvicinamento alla scrittura e alla regia «non è nato da un fulmine, ma da una lenta chiamata» [...] «in un luogo dove ho respirato da sempre il racconto dei miei vecchi, storie dette piano, in suspu, a volte, che ti educano all’ascolto». Da adolescente scopre il teatro sperimentale grazie a un progetto scolastico e lì intuisce che «il teatro, più che spettacolo può diventare impegno civile, un modo per stare accanto alle persone e trasformare ferite in parola». Non si riconosce nei percorsi accademici e così inizia a formarsi da solo, con disciplina, fame e testardaggine - come specifica -, finché l’incontro con Coco Leonardi cambia tutto: «Il rapporto con Coco è stato decisivo: mi ha insegnato a cercare la verità scenica, a non barare con l’emozione».

  Questo sodalizio lo porta verso un metodo che richiama Strasberg, Barba, Grotowski. Da lì, scrittura e regia hanno smesso di essere due strade, come dice, ma sono diventate lo stesso cammino. Il legame con l’Isola è totale: «La Sardegna non è ambientazione. È sostanza. È ritmo, lingua, visione del mondo». Per lui la terra entra nella pagina «come memoria attiva, non decorativa», e Lula è «casa e comunità, luogo di storia, miniere, lavoro, lotte, diritti, natura», una radice che diventa tutela e responsabilità. «Documentare, mantenere vivo, far passare di mano in mano» dice, appunto. Quando gli chiedono di definire il suo stile narrativo, risponde che molti lo definiscono poetico e simbolico e che lui aggiungerebbe «con i piedi nudi nella polvere vera», un realismo magico isolano che mescola monologo interiore, dialogo essenziale e un respiro cinematografico, dove persino - dice - le pietre parlano, ma non sempre con parole immediate: chiedono ascolto, tempo, umiltà. Le sue storie nascono spesso da un dettaglio — «un nome, un silenzio pieno, una pietra, un gesto antico» — e poi dalle persone: «gli ultimi, i marginali, i custodi della memoria, chi porta una ferita e una dignità ostinata». L’ispirazione è scintilla, ma poi arriva «il lavoro e la responsabilità: trovare una forma asciutta, necessaria, che non diventi retorica». Essenziale per lui il lavoro di documentazione: «Per rispetto e onestà intellettuale. La tradizione non va usata come folklore». Molto del suo lavoro riguarda infatti la tutela dei patrimoni immateriali di Lula: «Su Batiledhu, il Canto a Tenore, la Poesia, la liturgia, i canti, le musiche», tutte realtà che vivono grazie all’oralità: «Senza la voce viva delle comunità molte cose oggi sarebbero cadute nell’oblio». Quanto ai modelli letterari, dice: «Io non mi reputo uno scrittore, forse un cantastorie: chi manizo ritos e contos». Cita Pavese, Merini, De André, Campana come stella visionaria, Pasolini come maestro di poesia e teatro civile, e poi Deledda, Masala, Dessì, Atzeni, Lussu, insieme ai poeti sardi: musicalità, ritmo, radice li definisce. Tra le sue opere, Pretas è quella che si porta più addosso: «È un ponte tra ciò che eravamo e ciò che rischiamo di dimenticare. Dentro ci sono mio padre, mio figlio, mia madre, mia figlia…». Ma soprattutto c’è «la Tragedia di Lula, la mia personale: la morte di Luisa», che rende Pretas una promessa di memoria: «Per non lasciare che certe assenze diventino silenzio comodo». Il passaggio dalla pagina alla regia per lui è naturale: «La pagina è ossatura; la regia è carne, tempo, silenzio, sguardo». In scena la parola si misura nel fiato, nello spazio, nella luce, e capisci subito, spiega, se una frase respira o se è solo bella sulla carta. L’immagine deve sempre servire la verità: «Non semplicemente l’estetica». Nel trasformare un’idea in audiovisivo la difficoltà maggiore è non perdere l’anima, afferma, proteggere «il ritmo interno, la poesia, la memoria che non si spiega ma si sente» e restare fedeli ai luoghi senza farne cartoline.

  Tra le figure che vorrebbe portare sullo schermo c’è l’Accabadora, già incontrata a teatro, tolta dal folklore, restituita come presenza umana e simbolica, e i riti di perdita e rinascita come Su ballu de sa vaglia: «Teatro naturale fatto di gesti, musica, comunità e silenzi». E quanto al metodo, si definisce metodico e istintivo insieme: il fuoco serve, ma «senza forma brucerebbe tutto». Ama particolarmente la fase in cui il lavoro diventa corale: «Il teatro è relazione», e quando una parola detta bene cambia il respiro di chi ascolta «capisci perché vale la fatica». I temi ricorrenti sono memoria attiva, radici, rapporto con la terra, figure marginali: «Torno lì perché lì sta il rischio del nostro tempo: perdere lingua, legami, ascolto». Il suo tratto distintivo forse è proprio la duplicità tra arte e sociale e la lingua che unisce italiano e sardo, «sangue, non ornamento», per costruire ponti tra locale e universale, tra ferita e speranza. Quanto ai progetti, accompagna i romanzi legati a Pretas e il sequel Semele – la figlia della luna, quasi pronto. Pretas è anche, come ci racconta, un’iniziativa culturale ad ampio respiro sociale con il progetto “Pretas in eptalettura”, che rende il libro accessibile in sette formati, perché, come spiega fermamente, «la cultura è un diritto». Molto bolle in pentola. Debutta a fine dicembre "Frantziscu – Nel respiro del mondo", un monologo che intreccia lo sguardo di Francesco d’Assisi con quello di Pasolini, ed è in arrivo uno spettacolo scritto con Fiorenzo Caterini per il 2026; continua inoltre la collaborazione con Sandro Fresi. Infine confida il suo sogno artistico: «Vedere una storia nata qui diventare opera capace di parlare lontano senza perdere la radice. Qualcosa che non spieghi la Sardegna, ma la faccia sentire». E aggiunge: «Forse il sogno è semplice: che resti accesa una voce diversa. Perché finché una voce resta diversa, non hanno vinto (il consumismo, l'omologazione, la rassegnazione, l'appiattimento culturale).».

 

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