Per anni ci siamo lasciati sedurre da una sapiente illusione olfattiva. Quel rassicurante profumo di forno che invade spesso le corsie della grande distribuzione ha mascherato una realtà industriale ben meno romantica: impasti precotti chissà dove, abbattuti a temperature polari, trasportati per mezza Europa e infine resuscitati in un fornetto elettrico. Eppure, sullo scaffale, il cartellino recitava candido: "pane fresco".
Un inganno linguistico e commerciale che ora ha le ore contate. La Commissione Industria del Senato ha appena dato il via libera a un disegno di legge che ristabilisce una regola di elementare buonsenso: chiamare le cose con il loro nome. Il "pane fresco" sarà esclusivamente quello prodotto attraverso un ciclo continuo, dalla farina al bancone, senza scorciatoie sotto zero e senza l'ausilio di tecniche di conservazione, destinato a essere venduto in un arco temporale ristretto. Tutto il resto dovrà essere etichettato e venduto per quello che è: pane surgelato o precotto.
La novità cambierà la geografia stessa dei punti vendita. I due prodotti non potranno più convivere furbescamente nello stesso cesto. La legge impone scaffali separati, diciture trasparenti e, per chi decide di fare il furbo, tolleranza zero. Spacciare un filone scongelato per pane di giornata sarà equiparato a una frode commerciale in piena regola, con sanzioni pesantissime che arrivano fino alla sospensione dell'attività.
Dalle parti di Confartigianato, che da anni combatte questa battaglia di trasparenza, si tira un logico sospiro di sollievo. Marina Manconi, presidente dell'associazione in Gallura e panificatrice di mestiere, plaude a un provvedimento che, spiega, restituisce finalmente valore al lavoro artigianale mettendo fine a una concorrenza sleale giocata sull'equivoco.
L'Ufficio Studi di Confartigianato ha fatto i conti della serva, e i numeri restituiscono la fotografia di un comparto vitale. In Sardegna resistono ancora circa 930 forni artigianali. Una rete capillare che ogni notte impasta e cuoce quasi tremila quintali di prodotto. Tra un civraxiu, un coccoi e una schiacciatina, le famiglie sarde spendono in media 21 euro al mese dal fornaio, alimentando un giro d'affari che sull'Isola vale 186 milioni di euro all'anno.
L'auspicio degli artigiani, ora, è che l'iter parlamentare non si impantani nelle solite secche romane e che le norme, una volta varate, vengano accompagnate da controlli veri e puntuali. Perché normare il settore non significa dichiarare guerra all'industria del freddo, che ha tutto il diritto di esistere e di avere il suo mercato. Significa semplicemente garantire a chi fa la spesa il sacrosanto diritto di sapere cosa sta mettendo in tavola. E, soprattutto, di pagarlo per quello che effettivamente vale.