Il paradosso del Nuorese: l'illusione dei redditi in crescita e la fuga dal lavoro dipendente

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Il reddito, se scendiamo alla sua radice latina reddere (restituire), dovrebbe rappresentare la ricompensa tangibile, ciò che torna indietro in cambio dello sforzo lavorativo. Eppure, leggendo i dati diffusi in queste ore dall'Osservatorio Economico della CCIAA di Nuoro, il legame ancestrale tra il lavoro e la ricchezza sembra essersi drammaticamente spezzato nel cuore della Sardegna. La CCIAA (Camera di Commercio, Industria, Artigianato e Agricoltura) è l'ente pubblico che funge da anagrafe e da termometro vitale del tessuto produttivo di un territorio. Il suo ultimo bollettino, basato sui dati Unioncamere aggiornati al 31 marzo 2026, ci consegna una fotografia in chiaroscuro della provincia barbaricina nel triennio 2021-2024. Una mappa dove i numeri salgono, ma le fondamenta sociali scricchiolano.

I numeri dell'illusione: cresce la cassa, ma si resta in fondo Il primo dato su cui la logica deve posarsi è il reddito disponibile pro capite, ovvero la reale capacità di spesa che rimane nelle tasche di ogni singolo cittadino (dal latino pro capite, "per ogni testa") una volta pagate le tasse. Nel 2024, nel Nuorese, questa cifra si attesta a 17.023 euro. Un numero che, se isolato, potrebbe non dirci nulla, ma che inserito nel sistema nazionale condanna la provincia al 93° posto su 107 province italiane. Una stagnazione endemica, lontana non solo dalla media nazionale, ma anche da quella regionale sarda.

Tuttavia, l'ente camerale rileva un'impennata: tra il 2021 e il 2024, il reddito disponibile totale è cresciuto del 15,7%. Un balzo in avanti che colloca Nuoro al 36° posto in Italia per "intensità di crescita". I redditi da lavoro dipendente hanno fatto registrare un +18,3%. Di fronte a questi indici positivi, il lettore disattento potrebbe intravedere l'alba di una rinascita economica. La realtà, però, esige un'indagine più severa.

L'architettura della fragilità: meno lavoratori, più pensionati Come si concilia un aumento così robusto dei redditi con un territorio che non riesce a scalare le classifiche di benessere? La risposta risiede in un paradosso amaro. Nello stesso triennio in cui le buste paga sono diventate più pesanti (grazie soprattutto ai rinnovi contrattuali di chi un lavoro già lo possedeva), i posti di lavoro si sono polverizzati. La variazione degli occupati dipendenti segna un drammatico -6,2%, un'emorragia che spinge Nuoro al penultimo posto in Italia (106° su 107) per capacità di creare e mantenere occupazione.

Chi produce, dunque, la ricchezza che sostiene le famiglie nuoresi? Il dato forse più allarmante è la composizione stessa del reddito: solo il 47,8% deriva dal lavoro dipendente. La fetta maggioritaria della sopravvivenza economica è affidata all'INPS (l'Istituto Nazionale della Previdenza Sociale, la cassa dello Stato che eroga le pensioni e gli ammortizzatori sociali). È un'economia di sussistenza e di quiescenza, non di produzione. A confermarlo è la spia del disagio sociale: quasi un contribuente su tre (il 29,3%) dichiara meno di 10.000 euro lordi all'anno.

La voce dell'Osservatorio In questo quadro di precarietà strutturale, le parole di Maria Luisa Ariu, responsabile dell’Osservatorio economico della Camera di Commercio di Nuoro, intervengono a tracciare una sintesi precisa e non alterabile della situazione. Le sue dichiarazioni ancorano l'analisi dei dati alla necessità di un cambio di rotta: «I dati – osserva Maria Luisa Ariu – mostrano alcuni segnali positivi sul fronte dell’andamento dei redditi, ma confermano al tempo stesso criticità strutturali che continuano a caratterizzare il nostro territorio. In particolare, resta centrale il tema dell’occupazione dipendente e della capacità del sistema economico locale di generare opportunità di lavoro stabili e qualificate. È su questo terreno che si gioca una parte importante delle prospettive di sviluppo della provincia e della possibilità di rafforzare in modo duraturo il benessere delle famiglie».

Oltre la statistica I dati di Nuoro sono il referto di un territorio che sta invecchiando, dove il lavoro scarseggia e dove la spesa quotidiana è garantita dai padri e dai nonni, non dalle nuove generazioni.

Dobbiamo allora chiederci: può un'economia dirsi sana se la sua crescita è dettata dagli adeguamenti contrattuali di pochi e dai sussidi statali, mentre chi dovrebbe costruire il futuro è costretto all'esodo o alla disoccupazione? Quale architettura di sviluppo può salvare le zone interne della Sardegna prima che il welfare statale diventi l'unica, fragile e insostenibile industria del territorio?