Legittima difesa: il confine della paura

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  Il testo che segue è firmato dal criminologo Luca Losito e affronta il confine delicato tra paura, sicurezza e diritto. Quando il pericolo entra in casa, la richiesta di protezione diventa immediata e personale. Ma la legge deve guardare anche al momento successivo: quello in cui i fatti vengono ricostruiti e le responsabilità accertate. La legittima difesa tutela chi è aggredito; la giustizia stabilisce se e quando una reazione abbia superato i limiti consentiti. La domanda posta dall’articolo è dunque come difendere le persone senza trasformare la paura in una regola? (Pasqualino Trubia)

  La provocazione lanciata da Giuseppe Cruciani e Mario Giordano sulla legittima difesa merita attenzione. Proprio perché tocca uno dei territori nei quali paura, sicurezza e diritto finiscono facilmente per sovrapporsi. Conosco abbastanza bene il mondo delle armi e pratico il tiro dinamico operativo e il tiro a volo. È un ambiente nel quale sicurezza, disciplina e responsabilità vengono prima del gesto tecnico. Ed è forse anche per questo che considero utile discutere seriamente la proposta. L’idea di partenza è comunicativamente potentissima. Si afferma che chi entra nella proprietà altrui per commettere un crimine dovrebbe perdere ogni tutela, lasciando al proprietario la possibilità di reagire senza temere conseguenze penali. È una frase che parla direttamente alla pancia. Soprattutto quando dentro quella casa immaginiamo nostra moglie, nostro marito e i nostri figli. Il criminologo, però, ha un compito differente, vale a dire togliere per qualche minuto dalla scena sua moglie, suo marito, i suoi figli, raffreddare l’immagine e ragionare esclusivamente sui fatti. Perché la paura è reale. Il pericolo è misurabile. Certamente. Ma procediamo con ordine. 

  Nel primo semestre del 2026, secondo i dati del Ministero dell’Interno, i delitti denunciati in Italia sono diminuiti complessivamente del 10 per cento rispetto allo stesso periodo del 2025. Gli omicidi volontari sono scesi del 15,3 per cento, i furti dell’11,4 e le rapine del 12,3. La percezione dell’insicurezza segue invece dinamiche proprie. L’Istat aveva già rilevato per il 2024 una crescita delle famiglie che consideravano la propria zona molto o abbastanza a rischio di criminalità, dal 23,3 al 26,6 per cento. Qui sì inserisce la criminologia. Questo perché rischio oggettivo e rischio percepito sono due misure differenti. La nostra mente costruisce la probabilità di essere vittime di un reato attraverso ciò che vediamo, ascoltiamo e ricordiamo, ad esempio dalla cronaca, dai social network, tramite un discorso politico, un'esperienza personale, e soprattutto dalla potenza emotiva degli episodi che ci vengono rappresentati e raccontati. Complice la stampa, lo ammetto, troppe volte. Una rapina in villa, un anziano picchiato nella propria abitazione, un commerciante aggredito possono incidere sulla percezione collettiva più di migliaia di righe contenute nelle statistiche ufficiali. Nel 2017 un documentario Sky dal titolo quasi perfetto, La percezione della paura – Il boom delle armi in Italia, raccontava già questo apparente paradosso, e cioè che la diminuzione di alcuni reati conviveva con cittadini sempre più interessati alle armi, ai poligoni e all’addestramento come risposta alla propria sensazione di vulnerabilità. A questo punto serve una distinzione fondamentale. Il circuito delle armi legalmente detenute e quello delle armi criminali rispondono a logiche profondamente diverse. In Italia milioni di armi risultano regolarmente denunciate. Il loro acquisto legale comporta autorizzazioni, certificazioni, controlli e precisi obblighi amministrativi. Anche il termine porto d’armi genera spesso confusione, poiché le licenze per attività venatoria o tiro a volo costituiscono categorie differenti dal porto di pistola per difesa personale, che rappresenta una quota molto ridotta del totale. Sui reati commessi con armi da fuoco occorre la stessa prudenza. 

  Le statistiche nazionali disponibili presentano ancora limiti nella distinzione sistematica fra arma legalmente detenuta e arma proveniente dal circuito illegale. Attribuire percentuali assolute senza questa disaggregazione produce più propaganda che conoscenza. La responsabilità cresce ulteriormente quando si conosce un’arma. Chi pratica discipline di tiro impara presto che controllo e autocontrollo appartengono allo stesso addestramento. Un’arma amplifica le conseguenze di una decisione e impone quindi una capacità ancora maggiore di evitare il conflitto. Ed è precisamente qui che la proposta Cruciani-Giordano incontra la questione più delicata. Rafforzare la tutela di chi subisce un’aggressione dentro casa propria è un tema assolutamente legittimo. Merita una riflessione anche la condizione di chi, svegliato nel cuore della notte da un intruso, deve assumere in pochi secondi decisioni che mesi dopo verranno analizzate da magistrati, periti, consulenti e avvocati disponendo di fotografie, testimonianze e tempo. La formula secondo cui chi entra in una proprietà perde ogni diritto conduce però su un terreno completamente diverso. Lo Stato di diritto conserva i diritti fondamentali anche quando una persona viola la legge. L’accertamento della responsabilità appartiene alla giurisdizione, mentre al cittadino aggredito appartiene il diritto di proteggere la propria incolumità e quella degli altri nei limiti stabiliti dall’ordinamento. Rimane soprattutto una domanda: chi stabilisce, in quei pochi secondi, che quella persona sia entrata per rubare, rapinare o uccidere? Chi ricostruisce la dinamica? Chi accerta che sia stata davvero un’intrusione? Portiamo il principio alle sue conseguenze estreme. Una persona potrebbe attirarne un’altra nella propria proprietà, ucciderla e costruire successivamente la versione dell’intrusione criminale. Ecco perché esistono l’accertamento giudiziario, la valutazione delle circostanze e i limiti alla reazione privata. La difesa tutela un bene minacciato. La pena sanziona un reato accertato. Sono due funzioni diverse e appartengono a momenti diversi. La provocazione di Cruciani e Giordano può dunque avere un merito, immediato, cioè costringere politica, giuristi e opinione pubblica a interrogarsi ancora sul confine della legittima difesa e sulla tutela effettiva di chi subisce un’aggressione. Quel dibattito richiede però una premessa, perché la paura costituisce un pessimo legislatore quando prende il posto dei dati. E sulle armi rimane una domanda che ponevo già molti anni fa. Se domani una legge imponesse di consegnare tutte le armi presenti in Italia, chi pensate che si presenterebbe in Questura? Pensateci un attimo... Il cittadino che ha seguito l’intero percorso previsto dalla legge, ha registrato la propria arma e risulta identificabile dall’autorità? Oppure il mafioso, il rapinatore, il criminale che quell’arma possiede clandestinamente e proprio per questo sfugge ai controlli? La risposta appare piuttosto semplice. Più difficile, e molto più importante, è costruire una legge capace di proteggere il primo senza concedergli il potere di diventare giudice del secondo.