C'è una formidabile illusione ottica nei numeri che la Banca d'Italia ha appena sfornato sull'economia regionale. A leggere il dato aggregato, i sardi sembrerebbero essersi improvvisamente trasformati in formichine instancabili: negli ultimi dieci anni, i depositi bancari sull'Isola sono cresciuti del 42%. Un balzo che fa persino impallidire il tasso di crescita delle opulente regioni del Nord.
Poi, però, si gratta la vernice delle percentuali e si guarda l'estratto conto reale. E qui la statistica si fa spietata.
Sassari e Nuoro condividono un primato tutt'altro che invidiabile: facendo la media per abitante, l'importo giacente sui conti correnti non riesce a superare la soglia psicologica (e di povertà) dei diecimila euro. Poca liquidità, molta sopravvivenza. Il quadro si fa ancora più fosco se si analizza la quantità di denaro effettivamente disponibile per residente: in questa specifica e amara classifica, la provincia di Sassari si piazza al penultimo posto nazionale. Peggio, in tutta la Penisola, fa soltanto Crotone.
Il divario con il resto del Paese resta una voragine incolmabile. Nel Settentrione, la giacenza media viaggia comodamente sopra i 30.000 euro per deposito. È vero che lassù i conti crescono a un ritmo più lento rispetto al nostro 42%, ma per un motivo molto banale: avevano già i granai pieni.
In questo scenario di magra, c'è un unico soggetto che non conosce crisi: l'istituto di credito. Mentre i correntisti sardi raschiano il fondo del barile, i costi per mantenere aperti quei conti sempre più vuoti lievitano senza sosta. Negli ultimi due lustri, la tassa di gestione per l'apertura e il mantenimento del deposito ha subìto un'impennata che supera il 23%.
La sintesi dell'economia isolana, insomma, è racchiusa in questa beffa contabile: i cittadini risparmiano il poco che possono, e le banche aumentano le tariffe per custodire i loro spiccioli. Una fotografia perfetta, nella sua rassegnata immobilità.
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