Nessun corto circuito della ragione. La scia di morte da Solanas a Quartu non è stato un raptus.

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Ci ostiniamo, per pigrizia intellettuale o per rassicurare le nostre coscienze, a etichettare l'orrore familiare con la parola "raptus". Il termine deriva dal latino rapere, strappare via, e nell'uso comune suggerisce un blackout improvviso, un rapimento temporaneo e ingovernabile della ragione. Eppure, la nuda realtà quasi mai asseconda questa comoda illusione. La morte di Michela Rubiu, spirata dopo venticinque giorni di agonia, chiude il cerchio di sangue tracciato all'alba del 23 luglio tra Solanas e Quartu Sant'Elena dalla mano del marito Alessandro Pintus. Un'esecuzione domestica seguita, dopo una fuga in auto e il tentato investimento di un testimone, dall'assassinio del fratello dell'omicida.

Derubricare questa mattanza a un banale corto circuito mentale significa offendere la logica, prima ancora che le vittime. C'è una geometria criminale in questa scia di morte, una traiettoria di annientamento che lega i due omicidi in un'unica, glaciale sequenza. È la tesi spietata e rigorosa che avanza il criminologo Aldo Di Giacomo, smontando le spiegazioni a buon mercato e invitando a leggere questa tragedia per quello che è: non una somma di delitti isolati, ma un unico percorso di violenza. (Pasqualino Trubia)

Di seguito, la sua analisi integrale:

«Con la morte di Michela Rubiu, 47 anni, dopo 25 giorni di agonia, la vicenda iniziata all’alba del 23 luglio tra Solanas e Quartu Sant’Elena assume definitivamente la dimensione di un duplice omicidio. Ma dal punto di vista criminologico sarebbe un errore leggere la morte della donna e quella di Andrea Pintus come due episodi separati». Michela non aveva mai ripreso conoscenza dopo essere stata raggiunta alla testa da un colpo di pistola; poco dopo Alessandro Pintus aveva raggiunto Quartu Sant’Elena dove aveva ucciso il fratello Andrea. Lo afferma Aldo Di Giacomo, criminologo ed esperto di fenomeni criminali: «Ci troviamo davanti, secondo la ricostruzione investigativa finora disponibile, a una sequenza estremamente concentrata nel tempo: prima la violenza contro la moglie, poi l’allontanamento da Solanas, il tentativo di investire un testimone indicato dagli inquirenti, quindi il trasferimento a Quartu e l’uccisione del fratello. Infine l’uomo si presenta ai carabinieri dichiarando di avere sparato alla moglie e al fratello». «È proprio questa continuità temporale e comportamentale che deve essere studiata. Il secondo delitto può aiutare a comprendere il primo e il primo può aiutare a comprendere il secondo. Bisogna ricostruire quale rappresentazione avesse l’autore delle persone colpite e quale fosse, nella sua mente, il legame tra bersagli apparentemente diversi». Secondo Di Giacomo, «quando in pochissimo tempo la violenza si sposta dalla partner a un familiare e arriva a coinvolgere persino chi assiste alla scena, non basta cercare un movente isolato per ciascun episodio. Occorre verificare se esista un’unica traiettoria aggressiva, originata da un conflitto che nella percezione dell’autore coinvolgeva più persone». «Questo non significa anticipare il movente. Le ricostruzioni giornalistiche sui contrasti familiari devono restare distinte dai fatti accertati e saranno gli investigatori a stabilire che cosa abbia determinato una condotta di tale gravità. Ma proprio per questo sarebbe semplicistico ridurre tutto alla formula del “raptus”. Una sequenza che comprende spostamenti, più vittime e azioni successive deve essere analizzata fase per fase, verificando decisioni, tempi, obiettivi e comportamenti». «C’è poi un altro elemento che non può essere ignorato: Michela sarebbe stata colpita davanti alla figlia adolescente e ad altri testimoni. La presenza di altre persone non ha impedito l’esplosione della violenza. Questo ci ricorda che nei delitti relazionali estremi il controllo sociale rappresentato dalla presenza di testimoni può perdere completamente la propria funzione inibitoria». «Oggi la morte di Michela Rubiu non aggiunge soltanto una seconda vittima a un fascicolo giudiziario. Impone di rileggere l’intera mattina del 23 luglio come un unico percorso criminale, evitando spiegazioni facili e cercando invece di comprendere perché, nel giro di pochi minuti, la violenza abbia investito più persone appartenenti allo stesso universo relazionale».

Aldo Di Giacomo Criminologo ed esperto in fenomeni criminali