Gli antichi greci la chiamavano epokhé: la sospensione del giudizio, quel rigoroso esercizio di prudenza intellettuale che impone di fermarsi, osservare e dubitare prima di emettere una sentenza definitiva. Storicamente, l'umanità ha sempre ceduto al fascino perverso del giudizio sommario – dai roghi dell'Inquisizione fino alle condanne di piazza – ma oggi questo meccanismo ha trovato nei social network il suo acceleratore perfetto, trasformando la ghigliottina digitale in uno spettacolo quotidiano. In questo tribunale perenne, dove l'emotività annienta i fatti e l'indignazione istantanea si sostituisce alla conoscenza, il tempo della comprensione sembra ormai un lusso anacronistico.
È partendo da questa drammatica urgenza contemporanea che si sviluppa la lucida riflessione del criminologo Luca Losito. Attraverso un percorso che intreccia l'analisi scientifica alle voci dei grandi pensatori – da Massimo Cacciari, che ci riporta al senso etimologico della krisis come faticoso discernimento, a Norberto Bobbio e Paul Ricoeur – l'autore ci ricorda l'autentica natura della criminologia. Essa non è la scienza delle risposte facili o delle colpevoli semplificazioni mediatiche, ma l'arte rivoluzionaria del dubbio metodologico e metodico, indica una strada da seguire con argini il più sicuri possibili. Un testo che funge da potente antidoto contro la dittatura della comunicazione istantanea, invitandoci a riscoprire una verità dimenticata: comprendere la complessità umana richiede metodo, pazienza e, soprattutto, il coraggio di sospendere il giudizio quando tutti, intorno, non fanno altro che urlare. (Pasqualino Trubia)
"Ogni volta che un fatto drammatico irrompe nello spazio pubblico, il tempo della riflessione sembra dissolversi. La cronaca diventa immediatamente dibattito, il dibattito si trasforma in processo mediatico e il processo mediatico, quasi inevitabilmente, produce sentenze molto prima che vengano raccolti i fatti. È una dinamica che si ripete con impressionante regolarità e che negli ultimi anni trova nei social network il suo principale acceleratore.
La velocità dell'informazione ha progressivamente sostituito il tempo della comprensione. L'opinione precede l'analisi, la reazione anticipa la conoscenza e l'emozione pretende di occupare lo spazio che dovrebbe appartenere alla ricerca della verità. In questo scenario, la criminologia rischia di essere confusa con una disciplina chiamata a distribuire responsabilità immediate, mentre la sua autentica natura è esattamente l'opposto.
Ma la criminologia, quando è esercitata con rigore scientifico, è anzitutto la disciplina della sospensione del giudizio.
Sia chiara una cosa: sospendere il giudizio non significa rinunciare a formulare ipotesi, né rifugiarsi in una sterile neutralità. Significa piuttosto riconoscere che ogni conclusione richiede un percorso metodologico fondato sulla raccolta dei dati, sulla loro verifica, sull'analisi delle relazioni tra i fatti e sulla continua disponibilità a rivedere le proprie convinzioni quando emergono nuovi elementi.
È un atteggiamento che appare quasi rivoluzionario in un'epoca dominata dalla comunicazione istantanea.
Il filosofo Byung-Chul Han osserva come la società contemporanea abbia sostituito la contemplazione con la reazione continua. L'informazione cresce in quantità, mentre diminuisce la capacità di elaborarla. Il risultato è un flusso incessante di indignazione che produce consenso immediato, ma raramente comprensione.
Su un versante diverso, Michela Marzano richiama costantemente la responsabilità del giudizio pubblico. La filosofa afferma che comprendere la complessità non significa giustificare, bensì sottrarsi alla tentazione di ridurre ogni evento a uno schema ideologico precostituito.
Massimo Cacciari ricorda che il significato originario della krisis consiste proprio nel discernere. Giudicare non equivale a schierarsi. Significa distinguere, valutare, riconoscere le differenze e accettare che la realtà difficilmente si lascia imprigionare nelle categorie rassicuranti del bianco e del nero.
Anche Remo Bodei ha più volte evidenziato come la complessità costituisca una caratteristica essenziale della condizione umana. Le semplificazioni rassicurano, ma spesso allontanano dalla verità.
Martha Nussbaum, infine, ha mostrato quanto le emozioni collettive possano orientare il giudizio pubblico ben oltre ciò che le prove consentirebbero di affermare. Rabbia, paura e indignazione sono componenti inevitabili della vita sociale; diventano però cattive consigliere quando pretendono di sostituire il metodo.
Perché ho citato questi filosofi?
Perché è proprio nel pensiero filosofico che la criminologia ritrova la propria funzione più alta. Non fornire risposte immediate, ma costruire domande corrette. Non inseguire la narrazione dominante, ma verificare la solidità delle evidenze. Non confermare le convinzioni di una parte, ma sottoporle tutte allo stesso vaglio critico.
Ogni evento tragico coinvolge inevitabilmente molteplici prospettive, cioè quelle delle vittime, di chi interviene, delle istituzioni, della politica, della medicina, del diritto e della società. La criminologia non è chiamata a scegliere quale voce ascoltare, ma è chiamata ad ascoltarle tutte, senza permettere che una sola diventi l'unica chiave interpretativa.
Questo richiede tempo. E il tempo, oggi, sembra essere il bene più scarso.
Norberto Bobbio ricordava che «il compito degli uomini di cultura è più che mai quello di seminare dubbi, non di raccogliere certezze». È una frase che dovrebbe accompagnare ogni analisi criminologica degna di questo nome. Il dubbio metodologico non rappresenta una debolezza della ricerca, ma ne costituisce la sua principale garanzia.
Anche la verità processuale, del resto, possiede una natura particolare. Essa rappresenta il risultato di un rigoroso procedimento giuridico, fondato sulle prove disponibili e sulle regole del processo. È una verità necessaria alla giustizia, ma non coincide automaticamente con una verità assoluta, che probabilmente resta irraggiungibile.
Paul Ricoeur ci ha insegnato che tra il fatto e il suo racconto esiste sempre uno spazio interpretativo. È proprio in quello spazio che si forma la responsabilità dell'intellettuale, del giornalista, del criminologo e, in fondo, di ciascun cittadino.
Forse dovremmo imparare a sottrarci alla dittatura della diretta permanente. Accettare che comprendere richieda più tempo che commentare. Restituire dignità al silenzio dell'analisi, senza confonderlo con l'assenza di idee.
Perché la ricerca della verità non assomiglia al rumore dei social, ma somiglia piuttosto a un esercizio paziente di umiltà intellettuale.
E forse Shakespeare aveva colto questa condizione meglio di molti contemporanei, quando Amleto ricerca la verità assoluta, ma essa è negata alla natura stessa dell'essere umano.
Proprio per questo il nostro compito non è proclamare la verità con precipitazione, ma avvicinarla con metodo, prudenza e senso del limite. Riflettiamoci. (Luca Losito - Criminologo)