CAGLIARI – I numeri sono schiaccianti, la realtà è ancora più crudele. La Sardegna non è solo la regione con il reddito pro capite più basso d'Italia: è diventata il simbolo di un'emergenza sociale che non ammette più alibi. 128.000 famiglie vivono sotto la soglia di povertà assoluta nell'isola. Due anni fa erano 118.000. In due anni, 10.000 nuclei familiari in più sono precipitati nella miseria.
Solo il 17,3% dei sardi riesce a soddisfare i bisogni primari. Il resto convive con la povertà relativa, sopravvive contando le monete per arrivare a fine mese. La povertà relativa interessa il 17% della popolazione sarda, contro l'11% della media nazionale e il 6,4% del Nord Italia. La differenza è abissale. Mentre al Nord sei famiglie su dieci riescono a mettere da parte qualcosa, in Sardegna sei famiglie su dieci (59%) dichiarano di non risparmiare assolutamente nulla. Il 54% non può nemmeno affrontare una spesa imprevista: un cambio di gomme, un elettrodomestico rotto, una visita medica urgente. La risposta è sempre la stessa: rinunciare. Il dato più vergognoso riguarda i minori. Il 32,9% dei bambini e adolescenti sardi vive in povertà relativa, superando la media nazionale di ben dieci punti percentuali. Quasi un bambino su tre cresce sapendo cosa significa contare le monete per il pane. Questo non è un dato statistico. È una condanna. Un destino che sembra già scritto per una generazione che eredita non solo la terra, ma anche la miseria.
Ma mentre le famiglie patiscono la fame, c'è chi dall'altro lato dello schermo nega tutto. I leoni da tastiera sono lì, pronti a commentare sotto ogni post: «Basta lavorare di più», «È colpa loro», «Se ne andassero in continente», «Non sono poveri, sono pigri». Questi giudici a distanza non conoscono la realtà. Non hanno mai dovuto scegliere tra medicinali e pane. Non hanno mai spiegato a un figlio perché non si può andare in gita scolastica. Non hanno mai chiesto aiuto alla Caritas perché non c'era da mangiare.
La loro povertà è di spirito. Scrivono da comodità, con un stipendio sicuro in tasca, e giudicano chi non ce l'ha. Ma la verità è che il lavoro non basta più. Il 14% di chi chiede aiuto alla Caritas ha un lavoro regolare. Il 50% dei disoccupati ricade nella categoria del «lavoro povero».
Questi leoni da tastiera hanno trasformato la povertà in una colpa personale. Ma la povertà non è una scelta. È una gabbia economica, sociale, sistemica. E loro, invece di abbattere la gabbia, continuano a urlare al prigioniero: «Esci fuori, basta volere». Secondo l'analisi dell' Iares (centro di ricerca delle Acli), il 36% delle famiglie sarde dichiara di non arrivare a fine mese. Il dato nazionale è esattamente la metà. Sei famiglie su dieci non risparmiano. Il 54% non affronta spese impreviste. La povertà non è più un'eccezione. È la norma per centinaia di migliaia di sardi.
Ma la cosa più tragica è che la povertà ha trasformato i sardi contro i sardi. Ora è una battaglia tra poveri. Chi ha un minimo di sicurezza economica colpevolizza chi ha ancora meno. Chi ce l'ha fatta a cavarsela guarda con sospetto chi non ce la fa. Chi ha un posto di lavoro stabile pensa che chi è disoccupato «non si impegna abbastanza». I poveri non si uniscono contro il sistema. I poveri si combattono tra loro. Il precario guarda con disprezzo il disoccupato. L'autonomo in difficoltà guarda con invidia il dipendente pubblico. Il sardo che ce l'ha fatta guarda con disinteresse chi è rimasto. È una strategia perfetta del sistema: dividi e governa. Se i poveri si odiassero tra loro, non si uniranno mai contro chi li sta sfruttando. Nel 2025, 10.418 persone si sono rivolte ai 78 centri di ascolto Caritas distribuiti in 42 comuni della Sardegna. Il 90% delle richieste riguarda il bisogno primario di mangiare. Mettere in tavola due pasti al giorno non è scontato.
Per il 3,5%, c'è anche il problema di non avere una casa, un alloggio stabile. La scarsità di alloggi popolari aggrava una situazione già disperata. Chi non può garantire i pasti, non può nemmeno garantire i medicinali. Le liste d'attesa per visite specialistiche ed esami diventano scadenze non tollerabili per chi deve scegliere tra cure e cibo.
Il problema più grosso, come giustamente sottolinea l'analisi Istat, è la prospettiva. Nell'isola ci sono 128.000 famiglie costrette a vivere sotto la soglia di povertà, con poche possibilità di sfuggire a un destino che sembra già scritto. La Sardegna è la quindicesima regione per reddito pro capite, ma i numeri della povertà la collocano ben più in basso nella classifica della dignità umana. La Sardegna è pronta ad accettare che 128.000 famiglie vivano nella povertà assoluta come normalità? Accetteremo che quasi un bambino su tre cresca in povertà relativa? Tollereremo che il 36% delle famiglie non arrivi a fine mese? E continueremo a lasciare che i leoni da tastiera giudichino chi soffre, mentre la battaglia tra poveri continua a dividerci invece di unirci? La risposta deve essere no. Assoluto no. Questa non è più una questione di numeri. È una questione di dignità. È la domanda su che tipo di società vogliamo essere. La Sardegna non può essere un'isola che affama i propri figli mentre aspetta che qualcuno venga a salvarla. La povertà ha un nome e un cognome. Ha un indirizzo. E ha una scadenza: oggi.
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