Il rapporto del Censis certifica la crisi di credibilità dell'informazione, schiacciata tra la sfiducia dei cittadini, le querele politiche e le minacce criminali. L'Unione Sarda crolla sotto le ventimila copie quotidiane mentre avanza il referendum contro i contributi di Stato agli editori
La stampa si trova sotto assedio, stretta in una morsa che unisce l'offensiva della criminalità alla sfiducia inarrestabile dei lettori. A scattare la fotografia di un comparto in profonda recessione d'immagine è il Censis, il Centro Studi Investimenti Sociali, attraverso le pagine del suo rapporto per l'anno 2026 intitolato in modo emblematico "L'informazione nel mirino". L'analisi traccia i contorni di un'opinione pubblica che non fa sconti ai media, accusati apertamente di "partigianeria, perdita di indipendenza" e, soprattutto, di aver "tradito la fiducia implicita nella domanda di conoscenza dei fatti".
La disaffezione delle piazze viaggia di pari passo con l'aumento dei pericoli fisici e legali per chi opera nelle redazioni. I numeri del 2025 hanno restituito un bilancio di centoventinove tra giornalisti e operatori dell'informazione uccisi nel mondo, la quota più alta mai registrata dall'inizio di queste macabre rilevazioni. A silenziare le penne scomode non è solo il potere politico, che utilizza sistematicamente lo strumento delle querele per diffamazione come arma di pressione economica, ma anche la malavita. L'ultimo caso in ordine di tempo riguarda Nello Trocchia, cronista in forza al quotidiano Domani, al quale le istituzioni hanno da poco assegnato una scorta per proteggerlo dalle pesanti minacce della criminalità romana. Una misura di sicurezza che, come ricorda il collega Giulio Cavalli sulle colonne de La Notizia, porta a ventinove il numero dei giornalisti italiani costretti a vivere sotto protezione armata per poter svolgere il proprio mestiere.
Il quadro clinico tracciato a livello nazionale trova una sua brutale conferma nelle edicole della Sardegna, dove la fuga dei cittadini verso i canali informativi della rete internet ha assunto proporzioni storiche. L'Unione Sarda, che in passato veleggiava regolarmente sulle centomila copie vendute, stacca oggi volumi di vendita scesi al di sotto delle ventimila unità giornaliere, mentre la testata sassarese de La Nuova Sardegna registra flessioni ancora più marcate. A evidenziare le ricadute locali di questa emorragia è l'osservatorio curato da Mario Guerrini, il quale lega la crisi senza precedenti delle tirature alla percezione di un giornalismo sempre più piegato agli interessi economici e di potere.
Proprio i dati impietosi diffusi dal Censis hanno fatto da detonatore per una nuova mobilitazione popolare, mirata a recidere i legami economici tra la carta stampata e le casse pubbliche. Nelle piazze ha preso il via la raccolta di firme per proporre un referendum abrogativo, lo strumento democratico con cui i cittadini sono chiamati a cancellare la normativa che garantisce i sussidi di Stato ai giornali. Per i promotori dell'iniziativa, questo canale di finanziamento istituzionale rappresenta la causa principale dell'appiattimento delle linee editoriali, un meccanismo perverso che finisce unicamente per favorire quegli editori abituati a utilizzare le testate giornalistiche come un comodo scudo per i propri affari privati.