L'Isola ostaggio del barile e dei dazi: anatomia della crisi dell'export sardo nel 2025

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Il commercio internazionale non è una fredda astrazione matematica, ma il sismografo su cui si registrano i sommovimenti politici, le paure e i conflitti delle nazioni. Lo dimostra, con una precisione spietata, l'ultimo rapporto stilato dal Centro Studi della CNA (la Confederazione Nazionale dell'Artigianato e della Piccola e Media Impresa) sull'andamento delle esportazioni della Sardegna nel 2025. I numeri delineano un'isola la cui economia è pericolosamente esposta alle mareggiate della geopolitica: un calo complessivo del -11,4% rispetto all'anno precedente, equivalente a una ricchezza bruciata pari a 758 milioni di euro. Tuttavia, fermarsi al dato aggregato (cioè un dato di sintesi che trasforma i dettagli in indicazioni complessive) significherebbe tradire la complessità del reale. Per comprendere le vere faglie di questo cedimento, occorre sezionare i dati e scendere alla radice dei fenomeni.

Il paradosso del greggio e il peso del Brent Se decurtiamo dal calcolo il comparto petrolifero raffinato, la flessione vertiginosa del -11,4% si contrae improvvisamente a un modesto -1,1%, mentre il settore manifatturiero non legato al petrolio registra persino un segno positivo (+2,9%, trainato dalla chimica). Cosa ci dice questo? Ci dice che il sistema sardo soffre di una cronica e asfissiante dipendenza: circa il 75% dell'intero export regionale è legato a un solo settore.

Per afferrare questa dinamica, è necessario menzionare il "Brent" . Questo termine, che domina i bollettini finanziari, indica il petrolio greggio di riferimento estratto nel Mare del Nord, il cui prezzo detta legge sui mercati globali. Le stime per il 2026 prevedono una ripresa delle esportazioni isolane proprio perché il Brent, a marzo 2026, ha superato la soglia dei 100 dollari al barile. Un'economia, dunque, che non cresce per un intrinseco sviluppo strutturale, ma che galleggia sulle fluttuazioni di un mercato fossile governato altrove.

La geopolitica nel piatto: l'agonia dell'agroalimentare Se il petrolio è il gigante dai piedi d'argilla, l'agroalimentare è la vittima sacrificale delle nuove guerre doganali. Il settore, fiore all'occhiello dell'identità sarda, chiude il 2025 con un calo del -1,7%. Ma è spulciando l'andamento mensile che emerge il vero dramma, in particolare sul mercato degli Stati Uniti d'America, dove l'agroalimentare è divenuto il primo comparto esportatore sardo (assorbendo il 52% delle vendite alimentari oltreoceano).

A pesare come un macigno è l'ombra dei dazi. Etimologicamente, il termine "dazio" deriva dal latino datio (l'atto di dare): in origine una dazione, un'offerta, trasformatasi nei secoli nell'imposizione gabellare per eccellenza, un muro invisibile eretto per ostacolare le merci straniere e proteggere le produzioni interne. Le politiche doganali statunitensi, inasprite ad aprile del 2025 e non mitigate dalle recenti sentenze della Corte Suprema, hanno innescato un meccanismo perverso chiamato "front-loading" . In economia, il front-loading (letteralmente "caricamento frontale" o "anticipato") è la pratica commerciale attraverso cui gli importatori acquistano massicce quantità di merce in anticipo, stipando i magazzini, pur di sfuggire all'imminente rincaro causato dai dazi.

Il monito della CNA Ed è qui, nell'illusione ottica creata dal front-loading, che si inserisce l'analisi dei vertici della CNA Sardegna. Le parole del Presidente Luigi Tomasi e del Segretario Regionale Francesco Porcu sono una lucida diagnosi dello stato delle cose: «I dati del 2025 – dichiarano Tomasi e Porcu – confermano la fragilità strutturale del nostro sistema export. Quando quasi tre quarti delle nostre vendite all’estero dipendono da un unico settore — il petrolifero — e le eccellenze agroalimentari che costruiamo in decenni di lavoro rischiano di perdere il loro principale mercato di sbocco per ragioni geopolitiche su cui non abbiamo alcuna leva, il tema della diversificazione cessa di essere una scelta strategica e diventa un’urgenza. Come CNA Sardegna chiediamo con forza che la Regione e il Governo nazionale mettano in campo strumenti concreti di supporto all’internazionalizzazione, a partire da risorse dedicate alla penetrazione di nuovi mercati per le nostre PMI agroalimentari.» Il crollo del Pecorino Romano verso gli USA non è quindi un inciampo stagionale, ma un cedimento strutturale, come sottolineano i due dirigenti analizzando i mesi finali dell'anno (con cali a doppia cifra fino al -18% a dicembre): «L’analisi dei dati mensili racconta una storia che i numeri annuali tendono a mascherare: il fenomeno del front-loading americano (pratica di anticipare acquisti, ordini, importazioni per evitare futuri aumenti di prezzo) ha gonfiato la prima parte del 2025, ma da agosto in poi la caduta delle esportazioni di Pecorino Romano verso gli USA è stata costante e preoccupante. Questo non è un problema congiunturale — è la spia di una dipendenza eccessiva da un unico mercato, in un contesto di guerra commerciale strutturale. La buona notizia è che i mercati alternativi esistono e la domanda di formaggi stagionati italiani è in crescita ovunque: dalla Corea del Sud agli Emirati Arabi, dalla Polonia al Canada. Serve un piano integrato di promozione che coinvolga le nostre imprese artigiane e le accompagni in questa transizione.»

Il bivio per la Sardegna Il quadro è nitido. Di fronte a un mercato americano che ha ridotto le importazioni sarde dell'81% in tre anni, e dinanzi all'aumento dei costi logistici esasperati dalle crisi in Medio Oriente (come la guerra in Iran citata nel report), l'immobilismo non è più un'opzione. La soluzione indicata è la diversificazione su mercati maturi (Spagna, Canada, Australia) ed emergenti (Polonia, Emirati Arabi, Corea del Sud).

Ma la vera domanda che questo report ci impone di porre a noi stessi e a chi amministra la res publica è un'altra: fino a quando l'economia di una terra ricca di eccellenze identitarie potrà reggersi sull'esportazione di un combustibile fossile raffinato sulle sue coste, rimanendo ostaggio delle bizze doganali di una superpotenza straniera? L'internazionalizzazione delle Piccole e Medie Imprese (PMI) è davvero solo una questione di fiere e brochure, o richiede una riscrittura totale della politica industriale regionale?