Il CNOP interviene sulle nuove linee guida del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria. Il dito puntato contro la mancanza di risorse e il precariato degli specialisti che lavorano dietro le sbarre.
di Pasqualino Trubia
Morire dietro le sbarre non è quasi mai il gesto imprevedibile di un singolo individuo fragile. È l'effetto finale di un sistema che cede. Il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi (CNOP) interviene a gamba tesa sul dramma dei suicidi nelle carceri italiane, commentando le nuove direttive emanate dal Ministero della Giustizia.
Il bersaglio delle critiche non è la teoria, ma la pratica. Le recenti istruzioni diramate dal DAP indicano percorsi corretti per arginare il rischio suicidario, ma rischiano di rimanere inchiostro su carta senza uomini, fondi e stabilità contrattuale per applicarle. I documenti citano continuamente il DAP. Cos'è? È il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, ovvero l'ente statale (che risponde al Ministero della Giustizia) incaricato di gestire fisicamente le prigioni in Italia, il personale di Polizia Penitenziaria e il trattamento dei detenuti.
Il nodo dell'attuazione
La presidente del CNOP, Maria Antonietta Gulino, fissa il perimetro del problema salvando le intenzioni del Governo ma bocciandone, di fatto, le dotazioni pratiche:
«Le nuove indicazioni mostrano un tentativo più sistemico, orientato alla prevenzione e alla presa in carico continuativa e multiprofessionale del fenomeno. Tuttavia, più che configurarsi come un nuovo modello di intervento, rappresentano una riorganizzazione e un rilancio di indicazioni già presenti, la cui criticità principale non risiede nella loro formulazione, ma nella loro concreta attuazione».
Il pericolo è quello di far girare la macchina burocratica a vuoto, compilando scartoffie senza curare davvero i detenuti. Lo ribadisce la professoressa Georgia Zara, membro dello staff di presidenza per l'area penitenziaria:
«Il nodo non è l’assenza di modelli, ma la loro implementazione: senza un intervento strutturale sull’organizzazione, sulle risorse e sull’integrazione delle competenze, il rischio è quello di riproporre schemi già noti senza una reale valutazione degli esiti».
Il paradosso degli psicologi "a ore"
C'è poi un problema lavorativo che mina alla base l'intero sistema di prevenzione. I professionisti chiamati a valutare la salute mentale di chi è rinchiuso lavorano troppo spesso in condizioni di estrema precarietà. Il comunicato parla di strutturare la figura dello "psicologo ex art. 80". L'articolo 80 dell'Ordinamento Penitenziario permette ai direttori delle carceri di chiamare professionisti esterni (psicologi, psichiatri, criminologi) per osservare e trattare i detenuti. Il problema è che questi esperti non sono assunti stabilmente dallo Stato: lavorano a parcella, con contratti frammentati e un monte ore mensile limitato. Condizioni che impediscono di seguire un carcerato a rischio con la necessaria e quotidiana continuità.
A denunciare questo paradosso istituzionale è la dottoressa Ilaria Garosi, psicologa che opera proprio con questo inquadramento contrattuale:
«Il crescente investimento dichiarato su queste professionalità segnala un riconoscimento della funzione strategica dello psicologo, ma l’attuale configurazione, caratterizzata da incarichi non strutturati, disomogenei e da limiti contrattuali e di orario, rischia di comprometterne l’efficacia e la continuità operativa».
La richiesta finale dell'Ordine è netta: aggiornare immediatamente i protocolli operativi con il DAP, stabilizzare le figure cliniche ed evitare di affrontare le morti in cella con risposte puramente emergenziali.