Sigonella blindata, Crosetto sfida gli Usa: "Niente basi per i voli verso il Medio Oriente". Intanto Trump tratta con l'Iran

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Il Ministro della Difesa nega l'autorizzazione al transito di asset militari americani diretti nell'area del conflitto. Teheran impone un pedaggio sullo stretto di Hormuz. Scenari di tregua, ma i missili continuano a cadere.

di Pasqualino Trubia

C'è un filo sottilissimo che lega il cielo di Sicilia alle fiamme del Medio Oriente. E l'Italia, in un rigurgito di sovranità che richiama alla memoria vecchi fantasmi diplomatici, ha deciso di non farsi tirare in mezzo.

Il Ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha formalmente negato agli Stati Uniti l'utilizzo della base aerea di Sigonella. Il diniego, scattato alcuni giorni fa, è un atto politico dirompente: gli americani intendevano usare le piste siciliane come scalo tecnico per asset aerei diretti nel cuore del conflitto mediorientale.

Il piano di volo non autorizzato La rottura non è nata da un disaccordo ideologico preventivo, ma da una precisa forzatura procedurale. Secondo le ricostruzioni, il piano di volo statunitense è stato comunicato all'Italia quando i velivoli erano già decollati, senza alcuna richiesta preventiva di autorizzazione ai vertici militari di Roma. Verificato che non si trattava di voli logistici o di routine, ma di operazioni direttamente connesse alla guerra in corso (dunque non coperte in automatico dai trattati bilaterali), Crosetto ha calato il veto: spazio aereo e piste sbarrate. Un atto che ricalca, con le dovute proporzioni storiche, le celebri tensioni di Bettino Craxi proprio a Sigonella.

Perché gli USA non possono usare le basi italiane come vogliono? Sfatiamo un mito: basi come Sigonella, Aviano o Ghedi non sono "territorio americano" in Italia (come lo sono, ad esempio, le ambasciate). Sono infrastrutture militari italiane concesse in uso alle forze statunitensi o alla NATO tramite accordi bilaterali molto rigidi. Per le normali operazioni di addestramento o logistica c'è un via libera generale; ma se da quelle basi devono partire aerei per compiere atti di guerra o operazioni fuori area non coperte da un mandato Onu o Nato, serve l'espressa e formale autorizzazione del Governo italiano.

La partita globale: Trump e il pedaggio su Hormuz Mentre l'Italia blinda le sue infrastrutture (e la Spagna di Sanchez chiude direttamente lo spazio aereo ai voli militari), sul fronte principale la situazione oscilla tra la diplomazia muscolare e il sangue. Donald Trump, che ha rivendicato via social attacchi devastanti sulle infrastrutture iraniane (pubblicando i video delle esplosioni a Isfahan), sta contemporaneamente premendo per un accordo. Le indiscrezioni della stampa Usa tratteggiano uno scenario in cui Washington sarebbe persino disposta a chiudere l'operazione militare anche senza aver ottenuto la riapertura totale dello Stretto di Hormuz, delegando il problema navale agli alleati europei e del Golfo.

Teheran, dal canto suo, non arretra di un millimetro e anzi istituzionalizza il blocco. Il Parlamento iraniano ha appena approvato una legge che impone un vero e proprio pedaggio commerciale per le navi cargo che intendono attraversare Hormuz (da cui transita un quinto del petrolio mondiale), rivendicando la totale sovranità sullo stretto e incassando già cifre milionarie per garantire un "transito sicuro" alle petroliere.

L'escalation sul campo Dietro i tavoli della diplomazia, la guerra morde ancora. Nelle scorse ore l'Iran ha lanciato una nuova ondata missilistica contro Israele (con esplosioni udite a Gerusalemme), mentre un drone ha colpito una petroliera nel porto di Dubai, facendo immediatamente schizzare alle stelle le quotazioni del greggio Brent. Il bilancio umano si aggrava anche in Libano, dove l'esercito israeliano ha confermato la morte in combattimento di quattro propri soldati, mentre Parigi ha chiesto una riunione urgente del Consiglio di Sicurezza dell'ONU per l'uccisione di tre caschi blu indonesiani dell'Unifil, rimasti intrappolati nel fuoco incrociato.