Il suicidio di Paolo e i quaderni dei brividi: «Quella scuola è una prigione»

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Alzava la mano per chiedere aiuto, per capire la lezione. I compagni lo isolavano e lo chiamavano «spia» e «femminuccia». Lui non rispondeva con la rabbia. Tornava a casa, apriva un quaderno e scriveva. Fino all'ultima riga, appuntata su un diario dalla copertina rossa la sera prima di morire.
L'inchiesta sul suicidio di Paolo Mendico, 14 anni, riparte dai suoi scritti. Fogli sparsi, quaderni di scuola, un vecchio ricettario della madre. Un archivio del disagio che la Procura di Cassino sta passando al setaccio. Il fascicolo, per ora, è aperto contro ignoti. L'ipotesi di reato è istigazione al suicidio.
Nelle sue pagine Paolo annotava i dettagli di una quotidianità che lo schiacciava. Racconta di un insegnante che gli avrebbe urlato contro davanti a tutta la classe per un esercizio sbagliato. Scrive di essere stato richiamato pubblicamente solo per aver bevuto dalla borraccia senza permesso. E poi le punizioni collettive, i compiti imposti come sanzione. A casa, con i genitori Simonetta e Giuseppe, confidava il suo malessere. Ma in classe restava il ragazzino che offriva fazzoletti ai compagni col raffreddore, cercando di proteggere chi gli stava accanto.
Il 10 settembre 2025 è la vigilia del primo giorno di scuola all'istituto superiore Pacinotti. Paolo cena con la famiglia. Sale in camera con la sua cagnolina Dafne. Lo zaino è già pronto. Prende un diario nuovo e scrive una sola frase: «Quella scuola è una prigione». Poi fa l'ultimo passo.
La famiglia ha affidato le carte a Marisa Aloia, psicologa della scrittura. La sua perizia entrerà nel fascicolo del procuratore Carlo Fucci, che punta a chiudere l'informativa entro metà marzo.
L'esame della grafia divide in due la vita del quattordicenne. Quando Paolo scriveva del pappagallino, del cane o dell'amica Francesca, il tratto era morbido. Quando l'argomento era la scuola, la scrittura si faceva tormentata. Emergeva la sofferenza, unita all'ossessione di non voler far preoccupare i genitori. Agli atti c'è anche una lettera del 30 marzo 2020, in pieno lockdown: confidava a un'amica il peso della solitudine in un paese deserto.
Ora tocca ai magistrati. Dovranno stabilire se omissioni o comportamenti attivi abbiano spinto un quattordicenne nel baratro, rendendo la sua sofferenza insostenibile. In via Garibaldi, sul balcone di casa Mendico, c'è uno striscione. È un ritratto di Paolo, sorridente. Tiene in mano un basso elettrico. Era lo strumento che sognava di suonare sul palco, insieme a suo padre.