USA su Caracas, Europa sola in Siria: la divisione dei ruoli strategici

La solitudine dei socii e il richiamo della foresta (americana)

L’America blinda l’emisfero ovest, il Vicino Oriente tocca agli alleati

-

Nella notte del 3 gennaio, i caccia francesi e britannici hanno colpito postazioni dello Stato Islamico in Siria. Un’azione cinetica, rapida, chirurgica. Eppure, a chi osservi la carta geografica con occhio disincantato, svestito dalla retorica della cronaca, questo evento non appare come una semplice operazione di controterrorismo. È, piuttosto, la ratifica di un nuovo ordine gerarchico. Parigi e Londra si sono mosse non contro il volere di Washington, ma al posto di Washington. Sotto il cappello, invisibile ma pesante, del controllo americano, i socii europei scoprono l’amara verità del nuovo secolo: l’Impero ha altro a cui pensare e la gestione del cortile di casa — che sia il Levante o il fronte ucraino — spetta ormai ai tributari.

Per comprendere la ratio che muove i raid anglo-francesi, bisogna distogliere lo sguardo dal Mediterraneo e rivolgerlo all’emisfero ovest. L’operazione statunitense in Venezuela, lungi dall’essere un incidente di percorso, è la manifestazione plastica di quanto vergato nella National Security Strategy del dicembre 2025. Lì, tra le righe del burocratese imperiale, gli Stati Uniti hanno ammesso l’indicibile: non si può essere ovunque con la stessa intensità. Con un occhio sempre a Panama e Groenlandia, si intenda.

Il ritorno alla Dottrina Monroe non è un vezzo ottocentesco, né una nostalgia isolazionista. È una necessità fisiologica. Per affrontare la sfida esistenziale con la Cina nell’Indo-Pacifico — unico teatro che a Washington considerano vitale per la sopravvivenza del primato — la Superpotenza deve blindare le retrovie. Il Venezuela, in quest’ottica, cessa di essere una questione ideologica o umanitaria per divenire puro nodo strategico: piattaforma logistica, riserva energetica, ma soprattutto anello debole che Pechino e Mosca tentavano di sottrarre all’orbita gravitazionale statunitense. L’intervento su Caracas serve a ripulire il "ventre molle", a garantire che, mentre l’Impero duella nel Pacifico, nessuno possa minacciarlo alle spalle.

E qui torniamo all’Europa, o meglio, alle cancellerie del Vecchio Continente. Noi europei restiamo la "perla" dell’Impero. Il mercato di sbocco, la riserva culturale, i socii più affini per antropologia e storia. Ma non siamo più il centro del mondo, ormai da molti secoli, né la priorità securitaria. Agli occhi degli strateghi americani l’Europa sembrerebbe un limes stabilizzato che deve imparare a badare a se stesso. Washington non intende perdere i suoi vassalli, ma pretende che questi si facciano carico della manovalanza.

L’attacco in Siria di Francia e Regno Unito è la risposta a questa ingiunzione. È la presa d’atto che, se il limes brucia, i pompieri devono parlare francese o inglese, non più americano. Gli Stati Uniti forniranno l’intelligence, la copertura satellitare, la supervisione strategica (il "cappello"), ma non rischieranno uomini e mezzi per conflitti che considerano di gestione ordinaria.

Siamo di fronte a una delega imperiale. Una redistribuzione dei compiti brutale ma chiarissima: agli USA la competizione sistemica con la Cina e il controllo dell’emisfero occidentale; agli europei l’onere di contenere il caos mediorientale e di tenere la linea sul fronte orientale ucraino. Non un abbandono, termine che piace ai veteri cultori del declinismo, uno strategico ridimensionamento funzionale.

Il diritto internazionale, evocato stancamente nei comunicati stampa, si conferma strumento ancillare alla forza. L’azione americana in Sud America e quella europea in Siria rispondono alla medesima logica: la difesa dello spazio vitale (americano) e degli interessi strategici scavalca le procedure quando la necessità lo impone.

L’Europa, dunque, resta sospesa. Economicamente centrale, ma ricordiamolo, gli imperi non campano d'economia, e ora militarmente costretta a un’adolescenza tardiva e forzata. Se le nazioni europee — e segnatamente quelle dotate di apparati bellici credibili — non comprenderanno che l'America ci "guarda" ma non ci "proteggerà" più su ogni singolo dossier, il risveglio sarà traumatico. Il ritorno dell’America a casa sua impone all’Europa di diventare adulta a casa propria. Perché nell’era della competizione tra grandi potenze, chi non ha una postura strategica autonoma non è un attore: è un teatro.