Perché gli austriaci terrorizzati chiamarono "Rote Teufel" la Brigata Sassari

-

Tredici medaglie d'oro e quasi quattromila morti in trincea. La storia dell'unico reparto regionale d'Italia che dissanguò un'isola di 850mila anime.

Sassari – Fango, filo spinato e un grido di battaglia incomprensibile per gli ufficiali di Vienna. Quando le truppe dell'Impero Austro-Ungarico si trovarono di fronte i fanti del 151° e 152° Reggimento fanteria sul Carso, dovettero coniare un nuovo termine per descrivere l'incubo che avevano davanti. Li chiamarono "Rote Teufel". I Diavoli Rossi.

Non è una leggenda da osteria, ma un fatto cristallizzato nei diari di guerra del primo conflitto mondiale. Un pezzo di storia militare che lega a doppio filo le trincee del Nord Italia alle piazze arse dal sole della Sardegna.

Il soprannome "Diavoli Rossi" non nacque per caso. Derivava dall'impatto visivo e psicologico che questi soldati avevano sul nemico. Dal punto di vista estetico, i fanti della nascente Brigata Sassari indossavano uniformi grigioverdi su cui spiccavano, ai lati del colletto, le mostrine bianche e rosse. Quella macchia di colore scarlatto fu la prima cosa che gli austriaci notarono. Dal punto di vista tattico, i sardi divennero famosi (e temuti) per gli assalti all'arma bianca. Quando finivano le munizioni o la distanza si accorciava nel corpo a corpo in trincea, i fanti isolani ricorrevano spesso alla baionetta o alla resolza (il tradizionale coltello a serramanico sardo), combattendo con una ferocia dettata dall'istinto di sopravvivenza.

La grandezza militare della Brigata Sassari si misura, purtroppo, con la contabilità del sangue. L'immagine storica diffusa in queste ore sui social riporta cifre esatte che meritano di essere analizzate.

Il bilancio finale della Grande Guerra per la Brigata conta 3.817 morti e oltre 9.000 feriti. A questi si aggiungono le onorificenze: 13 Medaglie d'Oro al Valor Militare (tra individuali e alle bandiere dei reggimenti), oltre a centinaia di medaglie d'argento e di bronzo.

Il dato assume una proporzione devastante se rapportato alla demografia dell'epoca. Nel 1911, l'intera Sardegna contava appena 853.000 abitanti (meno di un milione, appunto). Quasi ogni famiglia sarda, da Cagliari al più piccolo stazzo della Gallura, perse un padre, un figlio o un fratello sulle rocce del Monte Zebio o della Bainsizza. Un'intera generazione di pastori, contadini e minatori fu falcidiata.

A rendere unica la Brigata Sassari non fu un addestramento speciale, ma la sua composizione. A differenza degli altri reparti del Regio Esercito (dove venivano mescolati veneti, siciliani, lombardi e campani per "fare gli italiani"), la Sassari era un reparto a reclutamento esclusivamente regionale.

I soldati parlavano la stessa lingua (il sardo, spesso usato come codice di comunicazione impenetrabile per le spie nemiche, un'assoluta rarità tattica), condividevano la stessa cultura agro-pastorale, lo stesso concetto di onore e la stessa sopportazione della fatica. Combattere fianco a fianco col vicino di paese creava una coesione psicologica d'acciaio. Non si poteva indietreggiare, perché la codardia sarebbe stata raccontata a casa. È in questo brodo primordiale che nasce il celebre grido di battaglia "Forza Paris" (Forza Insieme), un imperativo categorico che spingeva i fanti oltre la trincea, direttamente nella leggenda dei Diavoli Rossi.