Paul Gascoigne, l’ultimo bohémien del pallone

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Bisogna tornare a certe sere d’inverno, quando lo stadio odorava ancora di erba tagliata e sudore, per capire davvero Paul Gascoigne. Non un giocatore: un’intemperanza ambulante, una nuvola di genio e follia che attraversava il campo come un santo ubriaco in cerca di redenzione. Di lui hanno scritto milioni di parole; quasi tutte insufficienti.

Gazza arrivò a Roma nel 1991 con un ginocchio che scricchiolava più dei lampioni di Trastevere. La Lazio lo sognava come un profeta della fantasia, e invece dovette aspettarlo mesi, quasi un anno, prima di vederlo muovere i primi passi in biancoceleste. Ma quando partiva, palla incollata al piede, bastavano dieci metri di campo per capire che quel ragazzo inglese, cresciuto tra pub e asfalto, era un fenomeno senza manuale d’uso.

Aveva il passo dei predestinati, la visione dei poeti e la freddezza dei piantagrane. Il derby contro la Roma, per lui, non era una partita: era un’alchimia. Ci metteva dentro tutto, la grazia e l’incoscienza, il piede destro e la vita storta. Segnava, rideva, si rotolava nell’euforia come un ragazzino scappato da scuola. E la gente lo amava proprio per questo: per quella sua imprudente umanità.

Il problema è che Gascoigne era Gascoigne anche fuori. Lì, forse ancora di più. La notte lo chiamava con il suo fascino da sirena sbronza, e lui rispondeva sempre. Una birra non era mai una birra sola, come una scusa non era mai una scusa intera. L’ambiente lo sapeva, i tifosi lo intuivano, ma nessuno aveva il coraggio di chiedergli ordine: sarebbe stato come chiedere a un temporale di fare silenzio.

Dino Zoff, uomo di sangue freddo e disciplina, ne fu la vittima preferita. Il loro rapporto pareva scritto da un commediografo inglese ubriaco. Zoff l’allenatore, misurato fino all’austerità; Gascoigne l’allievo, anarchico per vocazione.

Una volta, racconta Zoff, sparì dal ritiro per raggiungere la fidanzata. Il giorno seguente, durante il pranzo, ricomparve in mutande e scarpini, come un naufrago appena tornato a riva. Gli si avvicinò con quel sorriso storto che aveva fatto innamorare mezzo mondo e disse: «Mister, mi hanno detto che voleva parlarmi, ma non ho fatto in tempo a vestirmi».

Era tutto lì, Gazza. Un uomo incapace di nascondersi, nel bene e nel male. Un talento enorme, irrisolto, esploso a metà. Un calciatore che faceva impazzire allenatori e avversari, ma che sapeva prendere per mano la squadra nei momenti in cui il calcio smetteva di essere gioco e diventava battaglia.

A modo suo, è stato l’ultimo bohémien del pallone. Uno che non ha mai saputo separare la vita dal campo, e forse nemmeno voleva farlo. Perché Gascoigne non si spiegava: si guardava giocare. Era un lampo di genio che non chiedeva permesso. Una nota stonata diventata melodia. Un dribbling riuscito mentre tutto intorno pareva franare.

Questo era, e rimane, Paul Gascoigne: l’uomo che la Lazio ha amato, che il calcio ha temuto, che il mondo ha giudicato senza mai capirlo davvero. Un funambolo fragile, un ribelle gentile. Un talento che bruciava da solo, illuminandoci tutti per un istante.

E per certi fuoriclasse, quell’istante vale una carriera intera.