Terminato il primo ciclo di incontri nei territori, l'assessorato all'Urbanistica apre il tavolo tecnico con architetti e paesaggisti. L'obiettivo è aggiornare il Piano Paesaggistico Regionale per affrontare lo spopolamento e la transizione energetica, dando regole chiare ai Comuni per far rinascere i centri storici.
Governare il territorio sardo non significa metterlo sotto una campana di vetro, ma fornirgli le regole per sopravvivere e adattarsi ai tempi moderni senza perdere la propria identità. È questa la filosofia che sta guidando la complessa macchina regionale verso la revisione del Ppr, il Piano Paesaggistico Regionale. Si tratta, in sostanza, del "testo sacro" dell'urbanistica isolana, lo strumento normativo che stabilisce cosa, come e dove si può intervenire sul paesaggio della Sardegna.
Dopo aver completato un lungo tour di ascolto composto da nove incontri territoriali con sindaci, amministratori e portatori di interesse, il percorso entra ora in una fase strettamente tecnica. Ieri, l'assessorato regionale degli Enti locali e Urbanistica, guidato da Francesco Spanedda, ha aperto i tavoli di confronto con i professionisti che il territorio lo disegnano e lo progettano ogni giorno: i rappresentanti di INU (Istituto Nazionale di Urbanistica), INARCH (Istituto Nazionale di Architettura) e AIAPP (Associazione Italiana di Architettura del Paesaggio).
L'intento della Regione è chiaro: superare un approccio puramente "difensivo" per creare un manuale di regole che sia al passo con le urgenze del 2026. L'Isola oggi deve fare i conti con sfide epocali che richiedono risposte urbanistiche flessibili, dalla crisi climatica alla rivoluzione delle energie rinnovabili, fino al dramma dello spopolamento delle aree interne.
L'assessore Spanedda ha inquadrato così il nuovo step dei lavori: “L'obiettivo di questo confronto e dei prossimi è mettere a sistema le competenze maturate nei territori e costruire un Piano capace di rispondere alle sfide della Sardegna di oggi. Cambiamenti climatici, transizione energetica, spopolamento, rigenerazione dei centri storici e governo del territorio impongono strumenti aggiornati e una visione capace di guardare al futuro. Allo stesso tempo vogliamo mettere a disposizione dei Comuni una rete stabile di conoscenze e costruire un quadro normativo più coerente anche con le politiche agricole e forestali”.
Uno dei nodi centrali emersi durante l'incontro riguarda il destino dei centri storici. La linea condivisa da istituzioni e tecnici è che la giusta tutela del patrimonio architettonico non deve tradursi in una "cristallizzazione". I paesi antichi non possono diventare delle bellissime ma vuote cartoline per turisti; devono essere messi in condizione di produrre economia, ospitare attività culturali e garantire un'alta qualità della vita ai residenti, ricucendo quello strappo storico che da decenni divide le zone interne dalle città costiere.
Serve, insomma, un equilibrio delicatissimo tra la conservazione della bellezza sarda e la necessità di abitarla. “La revisione del PPR è una scelta politica prima ancora che tecnica. Vogliamo uno strumento capace di governare i cambiamenti senza arretrare sulla tutela del paesaggio, che resta un principio irrinunciabile. Un PPR efficace deve essere in grado di individuare misurate modificazioni ammissibili, evitando trasformazioni imposte dall’esterno. Difendere il paesaggio non significa musealizzarlo, ma metterlo nelle condizioni di continuare a vivere insieme alle comunità che lo abitano. Significa dare ai Comuni, e in ultima analisi ai cittadini, regole più chiare, strumenti più efficaci e una pianificazione che coniughi identità, sviluppo e qualità della vita. Solo così il Piano potrà diventare un vero motore di crescita sostenibile per la Sardegna”, conclude Spanedda.