Tra presunte minacce denunciate a scoppio ritardato, veti incrociati e appetiti di rimpasto, la maggioranza del sindaco Cacciotto processa Enrico Daga. Ma cacciare l'unico fantasista per fare posto ai gregari rischia di condannare la città al grigiore della burocrazia.
Nel piccolo, ma sempre effervescente teatro della politica algherese, sta andando in scena in queste ore una recita che ha il sapore stantio delle classiche congiure di palazzo. Il copione è noto ai frequentatori delle aule consiliari: arrivati al giro di boa, quando gli appetiti per le poltrone tornano a farsi sentire con prepotenza, si cerca l'incidente, il pretesto, il capro espiatorio. E il bersaglio grosso, oggi, porta il nome di Enrico Daga, assessore al Demanio, colpevole di un peccato che la nomenclatura nostrana storicamente fatica a perdonare: l'attivismo.
La miccia è stata accesa da uno sfogo, affidato alla piazza virtuale di Facebook, del consigliere di maggioranza Marco Colledanchise. Il quale, con accenti di sincero turbamento, ha rievocato frasi dal sapore ruvido ("ti faccio la guerra", "ho armi adeguate", "gira la faccia") che gli sarebbero state rivolte ben due anni fa da un non meglio precisato esponente della giunta, reo di aver mal digerito la convocazione di una commissione consiliare. Due anni di silenzio, si badi bene, interrotti proprio nel momento in cui l'aria cittadina si fa densa di voci su un imminente rimpasto. La politica, si sa, ha tempi di maturazione del trauma del tutto peculiari.
Come da copione, l'opposizione di centrodestra ha fiutato il momento propizio e si è stracciata le vesti, ergendosi a paladina della democrazia violata e chiedendo l'intervento immediato del sindaco Raimondo Cacciotto. Un riflesso condizionato comprensibile: l'abbraccio caldo della convenienza a buon mercato non passa mai di moda in nessuna legislatura. A dar manforte al malessere interno sono arrivate le puntualizzazioni di un altro esponente della maggioranza, Christian Mulas, che lamentando una scarsa condivisione delle scelte ha reclamato a gran voce il rispetto degli accordi pre-elettorali. Ovvero: la poltrona da assessore promessa a metà mandato. Nel frattempo, i movimenti tellurici in aula segnalano la nascita di nuovi gruppi come "Base Popolare", ennesima corrente che inizia a prendere le misure per un posto al sole. Insomma, dietro il nobile sdegno per la lesa maestà istituzionale, si scorge l'ombra assai più pragmatica del pallottoliere.
Di fronte a questo scenario, il Partito Democratico ha reagito con il più classico degli Aventini, lasciando le sedie vuote all'ultimo vertice di maggioranza. Un messaggio inequivocabile recapitato al sindaco: Daga non si tocca. A cercare di rammendare la tela strappata ci sta provando in queste ore Mimmo Pirisi, presidente del Consiglio comunale, costretto al ruolo di paciere in un campo largo che somiglia sempre più a un campo minato.
Ma veniamo al nodo politico della questione. Spezzare una lancia in favore dell'assessore Daga, in questo clima da resa dei conti, è un dovere di onestà intellettuale. Si tratta indubbiamente di un amministratore che parla molto e che espone costantemente se stesso e le sue deleghe anche slargando un po'. Ma, a differenza di molti colleghi inclini all'inazione per il terrore di sbagliare o chissà per cos'altro, Daga porta a casa i risultati. Portano la sua firma le intuizioni e le trattative per il grande triathlon che ha aperto le porte all'accordo triennale per l'Ironman, evento di respiro internazionale, così come l'approdo in città della prestigiosa Fondazione Bruno Kessler. Daga prende decisioni, se ne assume i rischi, talvolta sfiora l'impopolarità e forza i limiti dell'azione amministrativa per smuovere le acque ferme della burocrazia, ma esercita il potere per cui è stato nominato. Agisce, nel bene e nel male. Questo pomeriggio la partita, se così vogliamo chiamarla, si sposterà in consiglio comunale, si prevedono "brevi" segnalazioni infuocate. Daga ha fatto sapere di essere disposto anche a farsi da parte perché "non è escluso in politica tutto è possibile".
La dinamica di un'amministrazione comunale è del tutto assimilabile a una partita di calcio. Ci sono i fantasisti e ci sono i mediani di rottura. Se la squadra fatica, l'allenatore – in questo caso il sindaco Cacciotto – può essere tentato di togliere dal campo il trequartista estroso, che magari rappresenta croce e delizia della squadra e a volte è poco altruista, per coprirsi con una vecchia gloria, uno di quei mestieranti che conoscono a memoria le scorciatoie della politica ma non hanno più il fiato né l'intenzione di superare la metà campo. Ma sostituire chi produce risultati tangibili solo per accontentare i mal di pancia di chi reclama un posto in virtù di vecchi accordi notarili, significa condannare la città a una stasi mortificante. Alghero ha bisogno di chi tira in porta, non di chi trascorre la legislatura a lamentarsi negli spogliatoi aspettando il proprio turno. La palla ora è tra i piedi del sindaco, a cui spetta decidere se assecondare il tatticismo esasperato o blindare chi, pur con tutti i suoi spigoli, fa muovere la macchina.
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