Il cancro non guarda in faccia a nessuno. Non legge il tuo estratto conto, non gli interessa chi voti. Ma la sanità sarda sì. La sanità sarda legge la tua carta d'identità e, in base al tuo domicilio, decide quanto dovrai penare per cercare di salvarti la pelle.
C'è una malattia spietata. Il carcinoma mammario metastatico. C'è un'arma per combatterla. Si chiama Elacestrant, un farmaco innovativo. Il Servizio Sanitario Nazionale lo paga. La Regione lo ha persino inserito nel prontuario terapeutico nel dicembre 2025. Tutto risolto, direte voi. In un Paese normale, chi è malato riceverebbe la cura. Ma noi non siamo un Paese normale. Da noi l'efficienza è un miraggio e la burocrazia è l'unica patologia davvero incurabile.
Per avere accesso a quel farmaco serve un test molecolare, una biopsia liquida per rintracciare la mutazione ESR1. E dove si esegue questo test in un'isola lunga quasi trecento chilometri? A Sassari. Solo a Sassari. Un unico centro di riferimento per un intero popolo. Se vivi a Cagliari, se vivi a Carbonia, se stai morendo nel sud dell'isola, ti metti in macchina. Con le ossa rotte dai trattamenti, con l'angoscia che ti devasta il sonno, ti fai centinaia di chilometri. Perché chi governa i presidi sanitari non è in grado di organizzare un banale furgone frigo per trasportare una provetta di sangue da un ospedale all'altro. Si spostano i malati gravi, non le provette.
Alessandro Sorgia ha depositato un'interrogazione regionale. E le sue parole sono la fotografia esatta, implacabile, della nostra miseria amministrativa. Chiede di: «Assicurare a tutte le donne sarde colpite da tumore al seno metastatico lo stesso diritto alla cura, abbattendo le barriere geografiche che oggi penalizzano pesantemente le pazienti, in particolare quelle residenti nel Sud dell’Isola».
Una richiesta elementare. Ma l'ovvio, nei palazzi del potere, è sempre rivoluzionario. Sentite la denuncia: «Siamo di fronte a un paradosso inaccettabile, abbiamo il farmaco, abbiamo la tecnologia diagnostica, ma manca un’organizzazione territoriale equa. Attualmente, il test molecolare necessario per accedere alla terapia (la biopsia liquida) è concentrato esclusivamente nel centro di riferimento di Sassari. Questo costringe centinaia di pazienti, già provate dalla patologia, a lunghe e faticose trasferte verso il Nord dell'Isola, con costi economici e psicologici insostenibili».
E allora mi chiedo: vi rendete conto di cosa state facendo? Vi rendete conto che state condannando donne aggredite dalla malattia a un calvario logistico feroce e insensato? Parliamo di trecento pazienti all'anno. Centoventi quelle che risulterebbero positive al test e pronte per la terapia. Ma devono viaggiare. Devono elemosinare un diritto.
«Non possiamo permettere che la salute dipenda dal codice di avviamento postale, esistono soluzioni organizzative semplici, come l’attivazione di una rete per il prelievo ematico nei centri oncologici territoriali con il successivo trasporto dei campioni ai laboratori. È una questione di civiltà e di corretta gestione delle risorse». Civiltà, è proprio vero. I fondi ci sarebbero pure. La Legge di Bilancio 2026 ha stanziato le risorse per potenziare la diagnostica molecolare. Ma i soldi, da soli, non viaggiano e non organizzano. Serve la volontà.
L'interrogazione pende ora sulla testa della Giunta regionale, come un macigno: «Chiediamo alla Giunta impegni precisi, vogliamo sapere come verranno impiegate le risorse nazionali per potenziare i test ESR1 e quali azioni urgenti si intendano intraprendere per garantire che ogni donna sarda, da Cagliari a Olbia, da Carbonia a Nuoro, possa accedere tempestivamente alle migliori cure disponibili senza dover affrontare un'odissea logistica».
Trecento donne aspettano. E il cancro, a differenza dei burocrati, non conosce la parola proroga.