Il capezzale della Sanità sarda e la cura Todde: "Basta rincorrere le emergenze, ora si governa"

Alessandra Todde

Se esiste un termometro infallibile per misurare la febbre di una legislatura regionale in Sardegna, quello è da sempre la sanità. Da decenni, i cittadini sardi assistono a un valzer ininterrotto di riforme, promesse, commissariamenti e cambi di guardia, mentre le sale d'aspetto dei pronto soccorso continuano a somigliare, fin troppo spesso, a trincee. Oggi, l'aula del Consiglio Regionale ha ospitato l'ennesimo capitolo di questa saga complessa. A prendere la parola per fare il punto della situazione è stata la presidente della Giunta, Alessandra Todde, la quale detiene, non a caso, anche l'interim per l'assessorato più scottante dell'Isola. Il messaggio recapitato all'assemblea è imperniato su una cesura netta: la fine della politica del rattoppo.

“La sanità sarda non è entrata in crisi ieri, ma è il risultato di problemi accumulati nel tempo”, ha scandito la governatrice, tracciando la linea di demarcazione con chi l'ha preceduta. “Oggi la direzione c’è ed è chiara. abbiamo scelto di passare da una sanità che rincorre i problemi a una sanità che finalmente prova a governarli”.

Ma come si traduce questa dichiarazione d'intenti nella ruvida pratica clinica e amministrativa? Todde ha snocciolato i pilastri della sua "cura", partendo dal ponte di comando. Basta con le aziende sanitarie che procedono in ordine sparso, quasi fossero repubbliche indipendenti. Ora i Direttori Generali (i cosiddetti Dg) sono stati ricondotti a un tavolo di coordinamento settimanale. Un dettaglio burocratico? Non secondo la presidente: “Per garantire la condivisione di strategie e la migliore omogeneità di sistema, il coordinamento dei Dg è diventato strutturale, diretto dall’Assessore con riunioni periodiche settimanali. L’obiettivo politico di questa scelta è semplice. Superare la frammentazione gestionale, garantire maggiore omogeneità organizzativa e assicurare ai cittadini sardi il rispetto dei livelli essenziali di assistenza in maniera uniforme a seconda del territorio in cui vivono. In una regione come la nostra, segnata da distanze, fragilità e squilibri storici, questo non è un dettaglio tecnico. È una questione di giustizia”.

Poi c'è il nervo scoperto del personale. Negli ultimi anni la carenza di organico ha svuotato i reparti. La Regione rivendica di aver attivato oltre cinquecento procedure che hanno portato nei corridoi degli ospedali sardi 1.500 infermieri, 982 medici e 943 operatori sociosanitari. “Questi numeri non risolvono tutto, ma raccontano una linea chiara: meno precarietà e più programmazione”, ammette Todde. Per tentare di arginare l'emorragia di medici di base nelle zone interne – quelle aree in cui ammalarsi rischia di diventare un dramma logistico prima che clinico – la Giunta ha messo sul piatto incentivi pesanti, fino a 3.700 euro mensili, per chi accetta le sedi disagiate: “Per noi garantire il diritto alla salute significa arrivare ovunque, anche dove è più difficile. La carenza di medici di medicina generale nelle aree interne della Sardegna è una criticità reale, che va affrontata con atti concreti. Per questo abbiamo fortemente voluto il bando per le sedi disagiate per l’assegnazione degli incarichi vacanti di assistenza primaria per il 2026”.

I frutti di questa manovra, ha precisato, si stanno già raccogliendo: “Il nostro operato si è già visto. Siamo passati da una carenza di 543 medici di medicina generale nel 2024 a 496 nel 2025 e il bando pubblicato – che scade oggi – vede ulteriori 60 richieste di nuovi medici. Non abbiamo risolto l’assenza di medici nei territori ma in 2 anni portiamo 100 medici in più sul territorio”.

Un passaggio cruciale dell'analisi ha riguardato il vero peccato originale dell'intero sistema: l'ospedalocentrismo. “Uno degli errori più gravi è stato pensare che la sanità coincidesse solo con l’ospedale”, osserva lucidamente Todde, “col risultato di congestionare il sistema ospedaliero attraverso una domanda sempre crescente che non veniva intercettata dal territorio”. La scommessa, ora, viaggia sui binari dei fondi europei del PNRR, destinati a costruire le "Case della Comunità" (strutture territoriali pensate per assorbire i bisogni di cura a bassa intensità, evitando che i pazienti intasino i pronto soccorso) e gli Ospedali di Comunità. I cantieri attivi sono balzati dal 26% al 94%, con la promessa di accendere le luci nelle strutture entro maggio 2026. “Stiamo trasformando la medicina territoriale in strutture, investimenti e organizzazione”, ha chiosato, ricordando anche l'avvio del nuovo Piano Regionale per i Servizi alla Persona, che colma un vuoto normativo immobile dal lontano 2005.

C'è poi il capitolo, dolorosissimo per le casse pubbliche e per la dignità del servizio, dei "medici a gettone", ovvero i liberi professionisti chiamati a peso d'oro dalle cooperative per coprire i turni scoperti nei reparti d'urgenza. “Per troppo tempo si è andati avanti con soluzioni tampone”, ha sentenziato la presidente, annunciando il superamento di questi contratti entro il 30 giugno 2026, sostituendoli con concorsi veri e propri e indennità. Lo stesso approccio sistemico è stato rivendicato per il sovraffollamento delle emergenze: “Non stiamo trattando il sovraffollamento come un incidente inevitabile, ma come un problema organizzativo e di sistema”.

L'esame della governatrice ha toccato anche l'eterno calvario delle liste d'attesa (“Per troppo tempo il monitoraggio è stato frammentato e privo di una lettura unitaria”, oggi agganciato alla piattaforma nazionale), il potenziamento delle politiche sociali con l'aumento dei fondi per il reddito d'inclusione (“Non aumentano le famiglie in povertà, ma aumenta la platea che beneficia del sostegno”), fino a un annuncio storico per l'Arnas Brotzu di Cagliari: “Stiamo affrontando una volta per tutte il tema delle emergenze pediatriche, con l’avvio di 6 posti letto di terapia intensiva pediatrica all’ARNAS Brotzu, certificati dal Bambin Gesù e attivi entro la fine del 2026.”

A chiudere il cerchio, una dichiarazione che suona come un patto siglato in Aula davanti agli elettori. “Siamo consapevoli delle criticità ancora presenti, ma abbiamo deciso di affrontarle con responsabilità, senza scorciatoie. Ai sardi voglio dire una cosa semplice e chiara: non promettiamo ciò che non possiamo mantenere, ma non arretreremo di un passo nel cambiare ciò che non funziona. La sanità sarda ha bisogno di tempo, di stabilità e di scelte coraggiose. E noi abbiamo deciso di assumerci fino in fondo questa responsabilità”. Parole pesanti, che archiviano l'epoca degli alibi. D'ora in poi, a parlare, non saranno più i piani strategici, ma i tempi di attesa misurati agli sportelli dei Cup. E su quelli, com'è giusto che sia, i sardi emetteranno il loro verdetto.