Surigheddu e Mamuntanas: la terra promessa (e mai mantenuta) torna ad agitare Alghero

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Chi bazzica le cronache politiche sarde sa bene che esistono dei "convitati di pietra" destinati a ripresentarsi ciclicamente ai tavoli del dibattito pubblico. Il compendio di Surigheddu e Mamuntanas è forse il più ingombrante, e certamente il più vasto, di questi fantasmi. Parliamo, per chi non avesse familiarità con la geografia e le magagne del Nord-Ovest isolano, di un'immensa distesa di centinaia di ettari di terra alle porte di Alghero. Un tempo fiore all'occhiello della produzione agricola, oggi è una landa desolata di proprietà della RAS (la Regione Autonoma della Sardegna), rimasta per decenni ostaggio di contenziosi legali e di un colpevole abbandono.

Non ci si deve stupire, dunque, se oggi su quelle zolle si consumi l'ennesimo duello rusticano. A incrociare i ferri, in un dibattito che tenta di delineare il futuro di quest'area, sono l'assessore comunale al Demanio e Finanze, Enrico Daga, e Marco Tedde, capogruppo di Forza Italia ed ex primo cittadino.

L'innesco lo fornisce Daga, il quale, dismessi i panni della polemica quotidiana (quella che lui stesso definisce "maionese politica"), indossa quelli del tecnico per gettare acqua fredda sui facili entusiasmi. L'assessore si rivolge a chi vorrebbe semplicemente "far ripartire la terra", magari spezzettandola e affidandola a piccoli agricoltori. Numeri alla mano, Daga fa il medico pietoso che non vuole veder incancrenire la piaga: l'agricoltura romantica, spiega, non esiste più. Negli ultimi dieci anni la Sardegna ha perso oltre tredicimila aziende. Il mercato odierno premia la "scala produttiva", ovvero colossi strutturati capaci di stare sul mercato, e non tollera la frammentazione. Spezzettare Surigheddu, avverte, sarebbe "un fallimento annunciato".

Daga mette poi in fila tre ostacoli che definisce "impietosi". Primo: la terra, rimasta incolta per troppi anni, ha bisogno di bonifiche lunghe e costosissime per ritrovare il suo equilibrio biologico, il che significa investimenti enormi senza guadagni a breve termine. Secondo: la logistica. Trasportare merci dalla Sardegna costa caro, affossando la sostenibilità economica se non si producono beni ad alto valore aggiunto. Terzo: la necessità di un modello che attragga soggetti capaci di immettere grandi capitali. Da qui, la convinzione dell'assessore che il futuro risieda nella "multifunzionalità": agricoltura sì, ma affiancata al turismo, convertendo le migliaia di metri cubi di edifici diroccati in attrattori turistici, in totale sintonia con le idee già espresse dalla passata amministrazione.

Ma la politica, si sa, non tollera i vuoti, e la replica dell'opposizione plana rapida sulle scrivanie del centrosinistra. Marco Tedde indossa le vesti del censore severo e bacchetta l'assessore imputandogli un "approccio superficiale" e "privo di un reale approfondimento dei contenuti". Tedde, insomma, accusa l'avversario di non aver studiato le carte.

L'esponente azzurro tira fuori dai cassetti la documentazione ufficiale, ricordando che su Surigheddu non si parte da zero. Esiste un progetto preciso, redatto dall'agenzia regionale Laore (l'ente tecnico della Regione che si occupa di sviluppo agricolo). Un piano, precisa Tedde, che affonda le sue radici in un'intesa istituzionale ai tempi del governatorato di Renato Soru (dunque a targa centrosinistra, ndr), stilato nel 2010 ma, fattore cruciale, "rielaborato nel 2023".

Questo documento aggiornato, tuona il capogruppo di Forza Italia, smentisce chi vede nel compendio solo una futura speculazione alberghiera: esso prevede "in maniera significativa anche lo sviluppo di attività agroalimentari, in grado di valorizzare le vocazioni produttive del territorio". Ignorare questo faldone, secondo Tedde, significa offrire ai cittadini una realtà distorta. L'invito all'amministrazione è tranchant: abbandonare la propaganda, studiare i dati reali (che l'opposizione si offre di fornire) e, soprattutto, passare la palla al Sindaco. Spetta al primo cittadino, conclude Tedde, tirare fuori il progetto, illustrarlo alla città e pretendere dalla Regione il rispetto degli impegni. "Tutto il resto sono chiacchiere".

Tra le diagnosi spietate del mercato globale evocate dalla maggioranza e i faldoni progettuali agitati dall'opposizione, la sensazione è che il destino di Surigheddu continui a procedere a passo di lumaca. Il lettore, smarrito tra visioni contrastanti e accuse incrociate, attende ancora di capire se, e quando, dalle carte bollate si passerà ai fatti. Perché le lancette della burocrazia e della politica girano a vuoto da decenni, ma la terra, semplicemente, invecchia.