Ci sono luoghi, nella geografia politica della Sardegna, che sembrano esistere ormai soltanto per riempire i programmi elettorali. La tenuta di Surigheddu e Mamuntanas, alle porte di Alghero, è senza dubbio il principe di questa categoria. Più che un pezzo di terra, è un mito rurale, una sorta di Araba Fenice della Riviera del Corallo: oltre mille ettari di campi fertilissimi, uliveti, pascoli e fabbricati storici. Un tempo questa terra era il vanto produttivo dell'agricoltura sarda e nazionale; da decenni, invece, è sprofondata in un letargo di rovi e burocrazia, sotto la proprietà – spesso distratta – della Regione.
Chi ha memoria delle cronache locali sa perfettamente che l'argomento è un'arma a doppio taglio, una litania che si ripete a cadenza fissa. Ogni qualvolta si avvicina un'elezione, regionale o comunale che sia, i cancelli arrugginiti di Surigheddu vengono idealmente spalancati dai politici di turno. Negli anni abbiamo sentito di tutto: ex sindaci e assessori regionali hanno promesso rilanci faraonici, immaginando tra quei ruderi immensi poli turistico-ricettivi, alberghi a cinque stelle, centri benessere e, immancabilmente, esclusivi campi da golf. Prospettive patinate che hanno regolarmente fatto la fine delle illusioni estive, sgonfiandosi il giorno dopo lo spoglio delle schede e lasciando il terreno al pascolo brado e all'abbandono.
Oggi, a elezioni regionali archiviate e a bocce ferme, c'è chi prova a riportare il dibattito coi piedi, letteralmente, per terra. A suonare la sveglia è Gianni Martinelli, capogruppo della lista civica "Noi Riformiamo Alghero", che con un appello formale chiede al neo-assessore regionale all'Agricoltura di battere finalmente un colpo. Il messaggio è chiaro: basta voli pindarici, la vocazione di quella terra è e deve restare agricola.
«Le tenute Surigheddu e Mamuntanas, abbandonate da decenni, rappresentano un'opportunità unica per rilanciare l'agricoltura e valorizzare le eccellenze del nostro territorio» scrive Martinelli, ricordando che ci troviamo di fronte a terreni classificati come seminativi e oliveti, per il 70% completamente irrigui. «Un questione oggetto delle campagne elettorali che però deve trovare una sua definizione oltre il periodo antecedente al voto. Ed è per questo che chiamiamo in causa il neo-assessore regionale all'Agricoltura affinché si occupi in maniera decisiva e definitiva su questo cruciale compendio dalle inespresse potenzialità». La ricetta proposta non guarda ai resort per milionari d'oltremare, ma a un realismo produttivo che metta a sistema le istituzioni, chiamando in causa anche la neonata architettura amministrativa del nord Isola: «Immaginiamo un futuro in cui Surigheddu e Mamuntanas, col coinvolgimento della Città Metropolitana che, vista anche la sua principale vocazione di occuparsi dell'area vasta non può non prevedere delle progettualità per questo prezioso compendio, ritornino ad essere luoghi di produzione agricola, dove le tradizioni e le eccellenze locali si incontrano con l'innovazione e la sostenibilità. La nostra regione è famosa per la produzione di olio e vino di alta qualità, grazie alla dedizione e alla passione di agricoltori e produttori locali. È giunto il momento di sfruttare questo potenziale e di riportare alla vita queste terre fertili e ricche di storia».
L'auspicio finale del civico algherese è un richiamo, quanto mai necessario di questi tempi, al pragmatismo. «Per questo riteniamo indispensabile unire le forze, superare gli steccati ideologici e anche politici al fine di lavorare insieme per realizzare questo progetto e creare nuove opportunità per la nostra comunità, rispettando l'ambiente e valorizzando veramente le risorse del nostro territorio». In sintesi, la proposta c'è e non ha nulla di fantascientifico. Ora toccherà ai palazzi cagliaritani dimostrare se Surigheddu può tornare a produrre grano, olio e lavoro, o se è destinata a rimanere, per l'ennesima volta, soltanto il verde immaginario dei sogni elettorali.