Sanità, Schillaci a Cagliari: stop alle disparità, la prevenzione al centro e l’isola non sia un alibi

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Il ministro arriva a Cagliari e mette subito i paletti. Niente geografia nella salute. “Ancora oggi ci sono troppe disparità tra regione e regione, tra Nord e Sud, e questo è inaccettabile perché le aspettative di vita o la possibilità di avere una prestazione non possono certo dipendere dal posto di residenza di un singolo cittadino”. Tradotto: nascere a Nuoro o a Milano non può cambiare la coda per una visita.

Orazio Schillaci parla alla Scuola di formazione politica dei Riformatori sardi. Il lessico è quello del PNRR, ma la sostanza è più semplice: soldi e tecnologia devono accorciare le distanze. “L’innovazione tecnologica in sanità è un capitolo importante del PNRR, insieme a quello della medicina territoriale”. Territoriale vuol dire portare le cure fuori dagli ospedali, più vicino alle case. Nei paesi, non solo nei capoluoghi.

Poi il nodo che in Sardegna pesa doppio: l’isola. “L’insularità non può essere uno svantaggio in termini di servizio sanitario erogato, tutti devono avere lo stesso livello di cure”. Qui il punto non è poetico. È logistico: trasporti, specialisti, tempi. Se mancano, la distanza diventa malattia.

Schillaci promette metodo più che miracoli: “Vogliamo modernizzare il sistema e, attraverso un dialogo costante con le regioni, migliorare il servizio”. E si concede una battuta politica: “Il nuovo Assessore? Mi auguro sarà sardo”. Messaggio in bottiglia, neanche troppo.

Sul tavolo c’è anche un appuntamento: a fine anno Cagliari ospiterà gli Stati Generali della sanità digitale. Annuncio di Ugo Cappellacci. Parole che suonano grandi; il banco di prova sarà uno solo, prosaico: far funzionare piattaforme, dati, prenotazioni. Se il sistema non parla, il paziente aspetta.

Il ministro allarga lo sguardo. Difende il Servizio sanitario nazionale senza incenso: regge da 47 anni su due pilastri — gratuità e attenzione agli indigenti — ma il mondo intorno è cambiato. “Oggi si curano malattie che fino a poco tempo fa erano incurabili e l’Italia è la seconda nazione più longeva al mondo”. Longevi, quindi più fragili e più costosi. Qui entra la parola chiave, usata senza giri: prevenzione. “Far sì che gli italiani non si ammalino e offrire le migliori possibilità di cure restano punti fermi. Dobbiamo puntare sulla sostenibilità del sistema, facendo diventare la prevenzione il pilastro della sanità”. Pilastro, stavolta, non è retorica: significa screening, diagnosi precoce, stili di vita. Spendere prima per non spendere dopo.

Capitolo liste d’attesa. Il cittadino misura lo Stato lì, non nei convegni. “Abbiamo fatto una legge: saranno disponibili nel giro di un mese sul sito di Agenas i risultati regione per regione”. Agenas è l’agenzia che monitora i servizi sanitari: pubblicare i dati vuol dire mettere in fila ritardi e differenze. “Aggiornamento prestazione per prestazione”. Nome e cognome dei tempi. Poi la politica dovrà fare il resto: “Governo e regioni devono collaborare”.

Prima del ministro, la fotografia locale. Alessandra Todde, presidente della Regione e assessora ad interim alla Sanità, mette in fila i problemi: dati che non dialogano, spesa alta ma non sempre efficace, un’Ares (l’azienda regionale) chiamata a fare di più — non solo coordinamento, anche supporto operativo. E ancora: ospedali di comunità, PNRR, prevenzione come leva per qualità della vita e conti pubblici.

Nella tavola rotonda finale si parla di “Manifesto della sanità”. Parole-chiave: territorio, rete ospedaliera, innovazione. Traduzione: meno isole nell’isola, più connessioni tra strutture e servizi. Cappellacci insiste sulla sanità digitale e sulla telemedicina: in territori dispersi possono ridurre il divario. Ricorda anche leggi approvate in Commissione — screening per il diabete pediatrico, norme sull’obesità, ampliamento degli screening mammografici — per dire che qualcosa si muove.

Resta il punto secco, quello da verificare fuori dalla sala: dati pubblici sulle attese, medici dove servono, tecnologia che non si blocca al primo clic. Il resto sono promesse. E in sanità le promesse, da sole, non curano.

 

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