Il fisco, prima ancora di essere una macchina contabile, è un patto sociale. Quando questo patto si incrina, perché il cittadino non riesce a onorare il debito o perché l'ente pubblico non riesce a riscuoterlo, il legislatore deve trovare una via d'uscita. Ad Alghero, questa via d'uscita ha preso la forma di una delibera di Giunta per l'adesione alla cosiddetta "rottamazione", un atto che avrebbe dovuto placare gli animi e che invece ha innescato un duro scontro dialettico sulla reale natura della ricchezza pubblica.
A sollevare la questione è Alessandro Cocco, capogruppo consiliare di Fratelli d'Italia, che rivendica l'adesione alla misura come una vittoria politica della propria fazione, scagliandosi contro la narrazione dell'esecutivo cittadino reo, a suo dire, di aver ritardato il provvedimento e di averlo inquadrato in un'ottica punitiva.
La lingua del legislatore: cos'è la "Rottamazione quinquies"
Per comprendere la radice dello scontro, occorre innanzitutto sciogliere la terminologia. Il termine rottamazione, preso in prestito dal gergo industriale (la distruzione dei rottami), nel diritto tributario indica la cancellazione delle sanzioni e degli interessi di mora accumulati su un debito non pagato. Il debitore versa il tributo originario, ma viene "perdonato" sulle penali. L'aggettivo quinquies è un avverbio numerale latino che significa "per la quinta volta": ci troviamo di fronte alla quinta iterazione di uno strumento statale di pace fiscale, che i Comuni hanno la facoltà, ma non l'obbligo, di recepire per i propri tributi locali (come IMU o TARI).
Per Fratelli d'Italia, l'adozione di questo strumento non è una concessione, ma un atto dovuto verso il tessuto produttivo. Nelle parole di Cocco, la dichiarazione è netta: «Meglio tardi che mai. Con settimane di ritardo, l’Amministrazione comunale aderisce finalmente alla rottamazione quinquies. Una scelta dovuta, che abbiamo sollecitato, ma che da Porta Terra continuano ad accompagnare ad una narrazione ideologica e stucchevole sui presunti “costi” per il Comune». Il consigliere sposta poi l'attenzione dal piano contabile a quello umano, tracciando una linea netta tra chi è in difficoltà e chi evade per dolo: «Un’amministrazione deve pensare prima di tutto a famiglie e imprese. Parliamo di cittadini che vogliono mettersi in regola, non di evasori da additare».
Il cortocircuito logico: i "residui attivi" e l'illusione della ricchezza
Il cuore dell'argomentazione dell'opposizione si addentra però nei meandri della contabilità pubblica, ribaltando l'assunto secondo cui rinunciare alle sanzioni rappresenti una perdita economica per la città. Cocco attacca direttamente l'assessorato competente: «La rottamazione non danneggia il bilancio, semmai lo migliora. Trasforma crediti difficili da incassare in entrate reali e immediate, liberando risorse oggi bloccate a causa dei residui attivi, che pesano per circa il 30% del totale. Questo l’Assessore lo saprebbe, se approfondisse le sue deleghe».
Che cos'è un residuo attivo? Nella complessa architettura del bilancio statale o comunale, un residuo attivo è una somma che l'ente ha accertato e ha il diritto di riscuotere, ma che alla fine dell'anno solare non è ancora materialmente entrata nelle casse pubbliche. È, di fatto, una ricchezza teorica. Un Comune con troppi residui attivi è come un creditore che ha in mano molte cambiali firmate, ma il portafoglio vuoto. L'argomentazione logica dell'opposizione è dunque cristallina: incassare subito il capitale, rinunciando alle sanzioni, trasforma un "credito di carta" in denaro sonante, utile per fornire servizi immediati alla collettività.
L'enigma dell'avanzo milionario
A corollario di questa analisi, Cocco introduce un ulteriore elemento di critica, puntando il dito contro un paradosso dell'amministrazione locale: «Fa sorridere sentire parlare di “costi per il Comune” quando, per il secondo anno di fila, questa sinistra registra un avanzo monstre, che quest’anno dovrebbe arrivare a 9,9 milioni di euro».
L'avanzo di amministrazione si verifica quando un ente spende meno di quanto aveva preventivato o incassa più del previsto. Un dato all'apparenza positivo, che tuttavia, se diventa strutturale e "monstre" (smisurato), segnala una potenziale inefficienza: significa che la macchina amministrativa preleva dai cittadini risorse che poi non è in grado di reinvestire interamente in opere e servizi sul territorio entro l'anno. È su questa faglia che FdI costruisce la sua accusa finale, affermando che «l’amministrazione chiede ai cittadini più di quanto sia in grado di spendere».
Ora, il percorso politico impone che la delibera di Giunta venga tradotta in un regolamento dettagliato, il quale dovrà superare il vaglio del Consiglio Comunale. È in quell'aula che si deciderà quali tributi includere e con quali scadenze. «Vigileremo sui tempi e sull’effettiva possibilità per i contribuenti di aderire senza ostacoli», avverte il capogruppo azzurro. «Dopo settimane di ritardi, non sono più ammesse incertezze: i cittadini devono poter programmare, non inseguire decisioni tardive».
La cronaca di questa delibera ci consegna, in definitiva, un interrogativo profondo sul senso dell'amministrazione pubblica. È più virtuoso un ente locale che mantiene un bilancio inflessibile, iscrivendo a ruolo sanzioni che rischia di non incassare mai, o un Comune che sceglie il pragmatismo, rinunciando a una parte del proprio credito pur di rimettere in asse l'economia delle famiglie e svuotare i propri cassetti dai "crediti fantasma"? La risposta, come sempre, non risiede nei numeri, ma nell'idea di società che si sceglie di costruire.