La Commissione Pari Opportunità lancia un appello ai parlamentari isolani per fermare la modifica del Codice Penale. Il passaggio dal modello del consenso a quello del dissenso ribalta l'onere della prova sulle vittime.
Baire: "Scelta pericolosa, si rischia la seconda vittimizzazione".
La violenza sessuale si definisce per l'assenza di un "sì" o per la mancanza di un "no"? Intorno a questo spartiacque giuridico si sta consumando un duro scontro istituzionale. La Commissione regionale per le Pari Opportunità della Sardegna ha diramato un appello formale alle parlamentari e ai parlamentari sardi: intervenire per fermare la riforma dell’articolo 609-bis del Codice penale.
Il cortocircuito normativo nasce da una proposta di modifica approvata lo scorso 27 gennaio dalla Commissione Giustizia del Senato. L'emendamento in questione elimina il riferimento al consenso come criterio centrale per qualificare una violenza sessuale. La mossa ha innescato la reazione della Commissione sarda, riunitasi questa mattina a Cagliari (presso la Sala MEM) per il convegno "Senza consenso è stupro", alla presenza di giuristi, rappresentanti dei centri antiviolenza, della vicepresidente dell'associazione Una Nessuna Centomila Lella Palladino e del presidente del Consiglio regionale Piero Comandini.
A scandire la gravità dell'iter legislativo è la presidente della Commissione, Vittorina Baire, che respinge al mittente la formulazione del Senato: «L’emendamento proposto dalla senatrice Giulia Bongiorno ha suscitato sdegno e preoccupazione in tutto il Paese perché segna un arretramento rispetto al testo bipartisan approvato dalla Camera, coerente con la Convenzione di Istanbul. Abbandonare il modello del consenso in favore di quello del dissenso è una scelta pericolosa, che rischia non solo di esporre le vittime a ulteriori difficoltà nel percorso giudiziario, ma anche a una seconda vittimizzazione». I testi giuridici e le associazioni contrappongono due visioni: il Modello del Consenso e il Modello del Dissenso. Qual è la differenza pratica all'interno di un'aula di tribunale? Il Modello del Consenso ("Solo sì è sì") stabilisce che il reato sussiste ogni volta che manca un'adesione volontaria, libera e incondizionata all'atto sessuale. Se una vittima è paralizzata dal terrore o dallo shock e non riesce a reagire fisicamente, la legge riconosce comunque lo stupro. Il Modello del Dissenso ("No significa no") sposta l'onere probatorio: per dimostrare l'abuso, bisogna provare che la vittima si sia attivamente opposta o abbia espresso un chiaro rifiuto. Questo secondo modello, denunciano i tecnici, innesca la Vittimizzazione Secondaria. La vittimizzazione secondaria è la sofferenza psicologica ulteriore che lo Stato infligge alla vittima durante i processi, quando la sua credibilità viene messa in dubbio chiedendole ossessivamente perché non si sia ribellata o non abbia urlato abbastanza forte.
Nel corso dell'incontro cagliaritano è stata letta una Lettera Aperta che inchioda il legislatore ai trattati internazionali. Il documento ricorda che il modello fondato sul consenso è stato consolidato nel 2011 dalla Convenzione di Istanbul, ratificata fermamente anche dall'Italia. I cardini della missiva smontano la ratio dell'emendamento punto per punto: Lo stupro è qualsiasi atto compiuto in assenza di un consenso espresso, che deve restare revocabile in qualsiasi momento. L'autodeterminazione dei corpi si fonda sul consenso come scelta incondizionata. L'assenza di opposizione fisica o verbale non può in alcun modo equivalere a un assenso tacito. La giustificazione secondo cui altri Paesi europei userebbero il modello del dissenso è infondata: il contesto e le statistiche italiane richiedono un allontanamento netto da una cultura predatoria sempre più diffusa tra i giovani. Il documento si chiude con una richiesta priva di sfumature: Roma deve difendere il modello del consenso con norme chiare , dimostrando un impegno concreto contro la violenza tutti i giorni nei tribunali, e non soltanto in occasione del 25 novembre.
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