La prima governatrice sarda fa i conti con il divario di genere.
Sul tavolo 4 milioni di fondi europei per spingere le imprese a certificare la parità salariale. Fondi stabili per i centri antiviolenza.
Cagliari – Il calendario segna la Giornata internazionale della donna, ma i registri contabili raccontano un'altra storia. Quella di un Paese in cui il lavoro femminile vale matematicamente meno di quello maschile. A mettere in fila i numeri dell'asimmetria è Alessandra Todde, la prima presidente donna nella storia della Regione Sardegna, che utilizza la ricorrenza dell'8 marzo 2026 non per celebrare, ma per misurare il ritardo.
Il primato e la lentezza
Il punto di partenza dell'analisi della governatrice è la sua stessa elezione, letta come un termometro politico:
«I diritti delle donne non sono ancora realizzati. Sono la prima donna a governare la Regione Sardegna. Non lo dico per celebrare un primato, lo dico perché quella ‘prima volta’, nel 2024, racconta quanto lentamente si muovono certe strutture di potere. E quanto lavoro resti ancora da fare».
Il pallottoliere delle disuguaglianze
I numeri snocciolati dalla presidente non lasciano spazio alle interpretazioni. La fotografia del mercato del lavoro italiano è impietosa, e colpisce soprattutto chi ha studiato di più.
Le cifre, testuali:
«Il tasso di occupazione femminile in Italia è fermo al 53,3%, quasi 18 punti sotto quello maschile. Nel settore privato le donne guadagnano in media 82,63 euro al giorno contro i 111,25 degli uomini. Un divario del 25,7%. Tra i laureati il divario arriva quasi al 40%. Le donne studiano di più, ma vengono pagate meno proprio dove hanno investito di più».
La terapia finanziaria e la certificazione
La diagnosi richiede una cura pratica. Todde rivendica la linea d'azione della sua Giunta:
«Per contrastare questa ingiusta disuguaglianza e promuovere un processo di valorizzazione delle donne e del loro ruolo, la nostra Giunta ha scelto di intervenire con strumenti precisi».
Il primo strumento si chiama Programma PARITAS. È un bando pluriennale che mette sul tavolo 4 milioni di euro. I soldi arrivano da Bruxelles (attraverso i fondi FSE e FESR, acronimi burocratici che indicano i fondi europei destinati allo sviluppo sociale ed economico dei territori).
Questi denari servono a finanziare le piccole e medie imprese sarde che decidono di ottenere la certificazione della parità di genere. Tradotto in italiano corrente, si tratta di un "bollino" ufficiale rilasciato alle aziende che dimostrano, carte alla mano, di pagare uomini e donne in modo uguale e di garantire le stesse opportunità di carriera. Un marchio di civiltà che garantisce all'impresa anche sconti fiscali e vantaggi negli appalti pubblici.
I centri antiviolenza e le aspettative
Accanto all'economia, c'è l'emergenza fisica. La Regione ha confermato il rafforzamento della rete dei centri antiviolenza (i luoghi sicuri che offrono rifugio e assistenza legale e psicologica alle donne vittime di abusi) dotandoli finalmente di finanziamenti stabili, necessari per programmare il lavoro senza l'ansia dei fondi a singhiozzo.
«Le donne sarde che ogni giorno tengono in piedi comunità, imprese, famiglie, spesso con meno risorse e meno riconoscimento si aspettano di più da una Regione a guida femminile. È una responsabilità che sentiamo con forza e che ci impegna a lavorare con ancora maggiore determinazione per sostenerle efficacemente».