Il Presidente del Consiglio regionale traccia la rotta: riscrivere le regole del gioco per difendersi da Roma. Basta leggi "omnibus", ora serve rigore. Ma il braccio di ferro con lo Stato è continuo: 11 leggi impugnate, bocciata la moratoria sulle rinnovabili.
CAGLIARI – C’è sempre un anno "della svolta" nei calendari della politica. Per Piero Comandini, Presidente del Consiglio regionale, questo anno deve essere il 2026. L’obiettivo è ambizioso e, diciamolo subito, non più rinviabile: rimettere mano alla Legge Statutaria e alle norme di attuazione dello Statuto. In parole povere, bisogna restaurare le fondamenta dell’Autonomia sarda, che oggi appare come una nobile signora un po’ decaduta, incapace di reggere l’urto con il centralismo romano.
Nel bilancio di fine anno (e inizio del nuovo), Comandini non si nasconde dietro un dito. I lavori della Commissione speciale sono partiti, ci sono state 13 sedute e 43 audizioni.
«Ora dobbiamo accelerare e procedere ad una prima stesura della proposta di modifica dello Statuto», ha detto il Presidente. Serve una Carta che non sia «soltanto del Consiglio regionale o delle forze di maggioranza, ma che sia di tutte le forze politiche».
Il concetto è liberale e corretto: le regole del gioco si scrivono insieme, perché i governi passano, ma le istituzioni restano. E se la gente non va più a votare, è anche perché sente queste istituzioni lontane e impolverate.
I soldi e la politica
Sul fronte dei conti, Comandini rivendica il risultato di aver approvato la Finanziaria a gennaio, evitando l’esercizio provvisorio (ovvero il blocco della spesa che paralizza tutto).
«Pur con poca possibilità di manovra, la Finanziaria appena approvata con 100 milioni per il Fondo unico ha dato una prima doverosa risposta ai Comuni», spiega. Ci sono anche 10 milioni per i danni del ciclone Harry.
Ma la novità politica è il metodo: «Le leggi finanziarie omnibus non ci sono più». Per il lettore meno avvezzo, le "omnibus" erano quei mostri giuridici in cui si infilava di tutto, dal finanziamento per l'ospedale alla sagra della salsiccia. Averle abolite è un segno di civiltà giuridica e di ordine mentale.
Resta l'amaro in bocca per lo scontro con l'opposizione nel finale di partita, ma Comandini spera nella tregua su temi che toccano la coscienza di tutti, come l'arrivo dei boss al 41 bis nelle carceri sarde.
La guerra con Roma
Il punto dolente, quello che fa scattare l'orgoglio autonomista (che non ha colore politico, o non dovrebbe averlo), è il rapporto con lo Stato.
Comandini parla chiaro: «C’è un atteggiamento pregiudiziale e centralista da parte del Governo».
I numeri sono impietosi: in questa legislatura sono state impugnate 11 leggi regionali. La Corte Costituzionale ha già bocciato norme cruciali come la legge 5 del 2024 (la moratoria sulle rinnovabili) e quella sulle aree idonee.
Roma commissaria il dimensionamento scolastico (tagliando le scuole nei paesi) e pasticcia sull'energia con Dpcm contraddittori che rischiano di aprire la strada alle pale eoliche anche in mare.
«Su questo campo dobbiamo saperci contrapporre in ogni sede alle bocciature dei governi», tuona il Presidente. Una Regione debole è una Regione che subisce.
Legislatori, non passacarte
Infine, un richiamo all'orgoglio dell'Assemblea. Spesso il Consiglio regionale si è ridotto a fare il passacarte della Giunta, ratificando decisioni prese altrove.
«Invertiamo la rotta, recuperiamo il nostro ruolo di legislatori», auspica Comandini.
Significa che le leggi devono nascere dal confronto tra gli eletti, non scendere calate dall'alto dagli uffici dell'Esecutivo.
Se il 2026 porterà davvero un nuovo Statuto e un Consiglio più centrale, sarà un bene per la democrazia sarda. Altrimenti, avremo aggiornato solo l'agenda delle buone intenzioni.