Il presidente della Commissione Ambiente firma la condanna definitiva della grande incompiuta: "Costato 25 miliardi di lire, oggi è solo un pericolo. La Regione ha grandi responsabilità, nessun privato lo vuole. Basta accanimento terapeutico".
ALGHERO – C'è un momento, nella vita delle opere pubbliche e della politica, in cui bisogna avere il coraggio di staccare la spina. Per Christian Mulas, presidente della Commissione consiliare Ambiente, quel momento per il Palazzo dei Congressi è arrivato ieri. Basta annunci, basta maquillage, basta sogni di gloria per un gigante di cemento che sta cadendo a pezzi.
Con un comunicato che ha il sapore di una sentenza inappellabile, Mulas smonta quarantacinque anni di retorica e chiede alla politica di guardare in faccia la realtà: quel mostro a Maria Pia non serve più.
«Dopo oltre 45 anni di sostanziale abbandono, appare ormai evidente a chiunque che il Palazzo dei Congressi non rappresenta più un’infrastruttura strategica né funzionale per il nostro territorio – scrive il consigliere –. Continuare a difenderlo oggi significa difendere un’idea fallita: un progetto che non ha mai prodotto risultati concreti né benefici reali per la comunità».
I miliardi persi e il cemento che cede
Mulas fa i conti in tasca allo Stato e guarda alle crepe sui muri. Non è solo questione di soldi buttati (tanti), ma di sicurezza fisica.
«Costato oltre 25 miliardi delle vecchie lire di denaro pubblico, il Palazzo dei Congressi è stato per decenni oggetto di annunci, promesse, studi preliminari e dichiarazioni di intenti, senza che si sia mai arrivati a un piano serio e operativo di rilancio. Nessun investimento strutturale, nessuna visione credibile, nessuna reale assunzione di responsabilità politica».
Ma il tempo è un giudice severo, soprattutto con i materiali edili. «Nel frattempo, la realtà è sotto gli occhi di tutti: una grande struttura in cemento armato che, dopo 45 anni, mostra evidenti segni di degrado e di mancata manutenzione. Il cemento armato non è eterno e, senza interventi costanti, diventa un problema di sicurezza, sostenibilità e costi crescenti. Oggi non siamo più di fronte a una semplice incompiuta, ma a un manufatto che rischia di trasformarsi in un fardello strutturale, economico e ambientale».
La cattedrale nel deserto
L'analisi politica si fa spietata quando si parla di utilità. Per Mulas, l'edificio è ormai un «corpo estraneo», un relitto spiaggiato che nessuno vuole prendersi in carico.
«Il Palazzo dei Congressi è ormai una vera e propria cattedrale nel deserto: un corpo estraneo che deturpa il paesaggio e grava sulle finanze pubbliche senza produrre alcun ritorno economico, sociale o culturale. Continuare a considerarlo un “potenziale” significa ignorare deliberatamente quarantacinque anni di fallimenti».
Le colpe della Regione e l'assenza dei privati
Mulas non risparmia nessuno, puntando il dito verso Cagliari e svelando il bluff del presunto interesse imprenditoriale. Se fosse stato un affare, qualcuno lo avrebbe già preso. Invece, il deserto.
«La Regione ha grandi responsabilità: per anni non ha fatto nulla per rendere operativa questa struttura. Il cantiere è stato segnato da problemi continui e oggi ci troviamo di fronte a un edificio dai costi di gestione insostenibili, tanto che nessun soggetto privato si è mai fatto avanti per assumerne la gestione».
L'appello finale: coraggio di demolire?
La conclusione è un invito a smetterla con l'accanimento terapeutico. «È necessario avere il coraggio di dire la verità: questo progetto è stato superato dalla storia, dai bisogni reali del territorio e dalle condizioni strutturali dell’edificio stesso», ammonisce Mulas.
La via d'uscita è una sola: liberare l'area. «Il dibattito non può più essere se “salvare” il Palazzo dei Congressi, ma come liberare il territorio da un’eredità pesante, figlia di scelte sbagliate e di decenni di immobilismo... Servono decisioni nette, basate su dati reali e sull’interesse collettivo, non sull’illusione di un rilancio che, nei fatti, non è mai esistito».