La scommessa di FdI: 30 milioni per tenersi i vitelli a casa. Basta "ingrassare" il Continente

Paolo Truzzu

C’è un paradosso antico quanto la pastorizia sarda: i vitelli nascono qui, sotto il sole dell'Isola, ma ingrassano altrove. Li spediamo oltremare come emigranti a quattro zampe, lasciando che il valore aggiunto – leggi: i soldi veri che arrivano con la macellazione e la vendita – finisca nelle tasche degli allevatori della Penisola. Per spezzare questa catena che sa di sudditanza economica, il gruppo di Fratelli d'Italia ha deciso di battere cassa in Consiglio regionale presentando un emendamento alla Finanziaria.

Il conto presentato è salato ma, secondo i proponenti, necessario: 30 milioni di euro spalmati su tre anni. L'iniziativa porta la prima firma del consigliere Franco Mula, spalleggiato dal capogruppo Paolo Truzzu, e punta a un obiettivo che in politichese si chiama "chiusura della filiera", ma che in italiano corrente significa: nascita, crescita, macellazione e trasformazione devono restare in Sardegna.

Il problema è strutturale. Oggi l'Isola è una nursery a cielo aperto, ma quando si tratta di far crescere l'animale, il sistema si inceppa. «Allo stato attuale la filiera presenta pesanti criticità: mancano i centri di ingrasso moderni e distribuiti capillarmente sul territorio con conseguente necessità di trasferire i capi da ristallo verso la penisola, le materie prime e il costo dell’energia aumentano in modo esponenziale e repentino», spiega Mula.

Il risultato è un suicidio economico assistito. «Tutto ciò rappresenta una grave perdita di valore aggiunto, reddito, occupazione e dimostra la necessità di restituire al comparto sardo parte della propria autonomia produttiva», aggiunge il consigliere.

La proposta di legge, che martedì vedrà la replica in Aula, prevede interventi su tre fronti: costruire o ammodernare i centri di ingrasso (per non dover spedire i vitelli via nave), abbattere i costi di produzione e valorizzare l'agricoltura locale per l'alimentazione del bestiame. L'idea è di creare un «modello produttivo circolare, sostenibile e competitivo», garantendo al contempo la tracciabilità totale della carne che finisce nel piatto.

La sfida è lanciata. Ora bisognerà vedere se la maggioranza accoglierà l'idea di investire sulla "ciccia" sarda o se, per logiche di schieramento, preferirà continuare a finanziare indirettamente gli allevatori del continente.