Fine vita, la Consulta respinge il ricorso del Governo. Di Nolfo: “Le Regioni possono intervenire, lo Stato non si nasconda”

Di Nolfo

La sentenza con cui la Corte Costituzionale ha respinto l’impugnazione del Governo contro la legge della Regione Toscana sul fine vita segna un passaggio rilevante nel dibattito giuridico e politico nazionale. Non chiude la questione, ma ne chiarisce un punto centrale: in assenza di una disciplina organica statale, le Regioni possono intervenire per dare attuazione a diritti già riconosciuti dalla giurisprudenza costituzionale.

A sottolinearlo è Valdo Di Nolfo, consigliere regionale e tra i promotori della legge “Liberi Subito” approvata dalla Regione Sardegna lo scorso settembre. «La decisione della Corte Costituzionale di respingere l’impugnazione del Governo contro la legge della Regione Toscana sul fine vita conferma un principio ormai chiaro: le Regioni possono intervenire per dare attuazione ai diritti già riconosciuti dalla giurisprudenza costituzionale, quando il Parlamento continua a non assumersi le proprie responsabilità».

La Consulta, pur indicando la necessità di alcuni correttivi, ha ribadito la legittimità costituzionale dell’iniziativa regionale, collocandola nel solco tracciato dalle proprie precedenti pronunce in materia di suicidio medicalmente assistito. Un passaggio che rafforza l’idea di un ordinamento chiamato a misurarsi con questioni che non possono restare sospese nel vuoto normativo.

«È una risposta chiara a chi ha provato a bloccare il confronto politico dichiarando incostituzionali leggi che oggi la stessa Consulta riconosce come ammissibili», osserva ancora Di Nolfo, richiamando il tentativo del Governo di arrestare sul nascere ogni iniziativa legislativa regionale sul tema.

In questa cornice si inserisce anche la posizione dell’Associazione Luca Coscioni, che ha annunciato la ripresentazione nel 2026 della proposta di legge “Liberi Subito” in tutte le Regioni. «Le parole di Filomena Gallo e Marco Cappato rafforzano il messaggio politico della sentenza: le Regioni possono legiferare senza modificare le condizioni stabilite dalla Corte e garantendo il coinvolgimento del Servizio sanitario pubblico».

Il nodo resta politico prima ancora che giuridico. «Continuare a rinviare significa lasciare aperto un vuoto che pesa sulla vita reale delle persone. Il fine vita non è una bandiera ideologica, ma una questione di dignità, libertà e uguaglianza, per dare a tutte e tutti il diritto di scegliere», conclude Di Nolfo.

La pronuncia della Consulta, al di là delle letture di parte, rimette dunque la questione al centro del confronto istituzionale. E chiama il legislatore nazionale a una scelta che non può essere elusa all’infinito: assumersi la responsabilità di una legge, oppure accettare che siano le Regioni a colmare, nei limiti costituzionali, un silenzio che dura ormai da anni.