Montagne di plastica nei piazzali sardi: aperti tre centri di stoccaggio d'emergenza mentre la Regione accusa il Governo e i consorzi

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Da Macchiareddu alla Gallura si ricavano gli spazi per accogliere quasi tremila tonnellate di rifiuti. L'assessora Laconi lancia l'ultimatum a Roma: le soluzioni locali servono a prendere tempo, ora serve un piano nazionale per svuotare i depositi.

Per evitare che i sacchi di plastica inizino ad accumularsi sui marciapiedi delle città sarde, la Regione ha dovuto cercare uno sfogo logistico d'emergenza. Nel corso di un vertice telematico convocato nel pomeriggio di ieri, l'assessora della Difesa dell'Ambiente, Rosanna Laconi, ha riunito davanti agli schermi oltre centosettanta sindaci dell'Isola, affiancati dai vertici dei consorzi industriali, per varare un piano di salvataggio a breve termine. La strategia si traduce nell'apertura immediata di tre valvole di sicurezza capaci di inghiottire duemilasettecento tonnellate di imballaggi rimasti in attesa di smaltimento.

La mappa dell'emergenza si appoggia sulle piattaforme industriali del territorio. Già da domani i cancelli del sito di Macchiareddu, gestito dal consorzio cagliaritano Cacip, si apriranno per ricevere i carichi, seguiti a ventiquattro ore di distanza dalle aree del Cipnes in Gallura. Questi due poli assorbiranno insieme circa duemila tonnellate di materiale, a cui se ne aggiungono altre settecento stivate nell'impianto sassarese di Scala Erre, sbloccate grazie a un provvedimento amministrativo firmato dal sindaco della città. Per scongiurare il blocco totale del servizio di raccolta, l'assessorato ha inoltre suggerito ai primi cittadini di sfruttare le norme che consentono di requisire o individuare, in caso di necessità estrema, ulteriori aree comunali da trasformare in depositi provvisori, sempre nel rigoroso rispetto dei vincoli ambientali.

Il cuore del problema, tuttavia, non risiede nei confini isolani ma nei meccanismi del mercato nazionale del riciclo. Da quasi un anno si registra una netta flessione nella vendita della plastica recuperata, un ristagno commerciale che ha rallentato a dismisura i flussi verso gli impianti di trasformazione. In parole povere, il Corepla, ovvero il consorzio nazionale incaricato per legge di ritirare e gestire gli imballaggi raccolti dai singoli Comuni, non viaggia più alle velocità necessarie per svuotare i magazzini locali. Una paralisi che colpisce l'intera penisola, ma che in Sardegna si scontra con il muro invalicabile dell'insularità, trasformando i piazzali di transito in imbuti senza via d'uscita.

Di fronte a questa saturazione, la Regione ha recapitato a Roma un messaggio che suona come un avvertimento formale. L'assessora Laconi ha ricordato di aver già bussato alle porte del Ministero dell'Ambiente e di aver coinvolto i vertici dei consorzi nazionali tra giugno e luglio, chiedendo al Governo di assumere la regia di una crisi che travalica le competenze regionali. Trovare nuovi capannoni o piazzali in Sardegna serve esclusivamente a comprare qualche settimana di tempo, un argine temporaneo destinato a crollare rapidamente se da Roma non arriveranno le direttive per ripristinare il ritiro costante e regolare dei materiali. L'esecutivo sardo si rifiuta di accollarsi i costi economici e ambientali di una disfunzione strutturale dello Stato.

Il vertice istituzionale è servito infine per spegnere sul nascere un falso allarme diffusosi nei giorni scorsi riguardo a una presunta paralisi nella raccolta del secco residuo, la frazione di spazzatura non riciclabile. L'assessorato ha smentito l'esistenza di qualsiasi criticità su questo fronte, spiegando che la costante diminuzione dei volumi di indifferenziata non rappresenta un'emergenza da arginare per tenere in funzione i forni degli inceneritori, ma costituisce esattamente il traguardo fisiologico imposto dalle direttive europee, basato sull'aumento progressivo del riciclo e sulla riduzione drastica dei rifiuti destinati alla distruzione.