L'associazione sindacale Cia lancia l'allarme sui danni provocati dalle temperature anomale e dalla siccità. Le aziende agro-pastorali sono costrette a spendere cifre insostenibili per l'acqua di emergenza e i mangimi.
Le temperature fisse ben oltre le medie stagionali e la totale assenza di piogge stanno mettendo in ginocchio le aziende agro-pastorali della Sardegna. Di fronte a un crollo verticale della produzione e all'impennata dei costi di gestione, la Cia Agricoltori Italiani, l'organizzazione sindacale che rappresenta i lavoratori della terra, ha formalmente richiesto alle istituzioni di avviare l'iter per dichiarare lo stato di calamità naturale. Si tratta dello strumento giuridico necessario a certificare il disastro economico, passaggio obbligato per poter sbloccare fondi pubblici e aiuti straordinari destinati alle imprese colpite da eventi climatici estremi. La situazione generale è ulteriormente aggravata dai continui incendi che, oltre a incenerire il paesaggio, contribuiscono ad alzare le temperature percepite nelle campagne.
Gli effetti della siccità si misurano in ogni anello della filiera. Negli allevamenti, lo stress termico sta tagliando drasticamente le rese di latte e di carne. I pascoli spontanei sono ormai ridotti a distese di erba secca, un fattore che costringe i pastori ad acquistare enormi quantità di foraggio e mangimi esterni a prezzi esorbitanti pur di mantenere in vita il bestiame. Nelle campagne coltivate a ortaggi e frutta, il fenomeno dell'evapotraspirazione, ovvero la rapida perdita di acqua dal terreno e dalle foglie causata dall'eccessivo calore, ha raggiunto livelli record. Gli agricoltori tentano di salvare i raccolti ricorrendo alle irrigazioni di soccorso, ma l'accensione ininterrotta delle pompe idriche comporta spese per l'energia elettrica e il gasolio ormai insostenibili per i bilanci aziendali. Nonostante i tentativi di salvataggio, i frutti in via di maturazione si ustionano sotto il sole, bloccando la crescita e compromettendo le dimensioni e la qualità del prodotto destinato al mercato.
Lo scenario non cambia nei vigneti, dove la calura accelera in modo anomalo i tempi della natura, facendo appassire i grappoli direttamente sui filari prima ancora di poterli tagliare. Questo si traduce in una vendemmia scarsa e in vini con gradazioni alcoliche troppo alte che perdono il loro naturale equilibrio acido. Negli uliveti, le piante reagiscono alla mancanza d'acqua lasciando cadere a terra le olive ancora acerbe per non disperdere energie, mentre quelle che resistono sui rami appaiono grinzose e vuote, inutilizzabili sia per la molitura in frantoio sia per il consumo a tavola. Il termometro ha colpito duramente anche le zone a vocazione cerealicola proprio nel momento più delicato della crescita, provocando la cosiddetta stretta del grano, un fenomeno che fa seccare prematuramente la spiga riducendo il peso e la qualità delle granaglie. Il collasso ambientale ha infine paralizzato l'apicoltura: l'assenza totale di fiori nella macchia mediterranea lascia le api senza nutrimento, mentre il calore arriva letteralmente a sciogliere la cera dei favi all'interno delle arnie, causando la morte di intere famiglie di insetti. A dettare la linea politica dell'associazione di categoria sono il presidente e il direttore regionali, Michele Orecchioni e Alessandro Vacca. L'analisi dei vertici sindacali inquadra il problema oltre la singola emergenza stagionale: «Ci troviamo di fronte a una crisi climatica che non può più essere trattata come una semplice parentesi eccezionale». I due dirigenti denunciano l'erosione totale dei margini di guadagno degli operatori: «Le nostre imprese agricole e pastorali stanno gettando il cuore oltre l'ostacolo per salvare animali e raccolti, ma i margini economici sono azzerati, oltre che dalle condizioni climatiche impossibili, anche dall’aumento fuori controllo dei costi di produzione». Da qui la richiesta finale al mondo politico per un intervento istituzionale trasversale, affinché «si arrivi alla dichiarazione dello Stato di calamità naturale, al fine di attivare tutte le misure di sostegno previste a salvaguardia dell’intera filiera del settore primario, fondamento dell’economia locale e quindi del benessere della società isolana».
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