I conti del Pecorino Romano: produzione a quota 39 milioni di chili e l'offensiva legale contro la morsa dei dazi americani

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Il bilancio della campagna casearia 2024/2025 si chiude sfiorando la soglia dei 39 milioni di chili di Pecorino Romano DOP, la Denominazione di Origine Protetta che vincola legalmente la lavorazione del prodotto al rigido rispetto di un disciplinare e a una specifica area geografica. I numeri dell'intero comparto sono stati snocciolati durante l'annuale assemblea dei soci del Consorzio di tutela riunitasi a Siamaggiore, delineando i contorni di una complessa filiera economica che si regge sul lavoro di quasi novemila allevatori e 47 caseifici, supportati operativamente da 15 stagionatori e 91 operatori addetti al confezionamento e alla grattugia. La fotografia scattata dall'ente di controllo certifica l'assoluta e storica centralità della Sardegna nel processo produttivo. L'Isola assorbe infatti il 92 per cento della produzione totale, lasciando il restante 8 per cento al Lazio e alla provincia toscana di Grosseto, gli unici altri territori ammessi dal marchio. Nel corso dell'ultima annata, la rete degli stabilimenti ha lavorato oltre 300 milioni di litri di latte, destinandone il 76 per cento al circuito certificato. Sotto il profilo prettamente aziendale, il sistema cooperativo garantisce la trasformazione del 54 per cento dei volumi, affiancato dall'industria privata che copre la restante fetta del mercato. Analizzando i flussi commerciali interni, le vendite nella grande distribuzione italiana registrano un segno positivo per il secondo anno consecutivo. I volumi hanno raggiunto i 48mila quintali, con un balzo del 4,3 per cento rispetto al 2024, portando il consumo nazionale complessivo – una stima che ingloba non solo la vendita al dettaglio, ma anche le imponenti forniture destinate all'industria alimentare e all'intero settore della ristorazione e dell'ospitalità – a sfiorare i 123mila quintali. Il vero motore finanziario della filiera rimane tuttavia l'esportazione, capace di assorbire il 60 per cento della produzione vendibile con quasi 218mila quintali spediti oltre confine. Gli Stati Uniti si confermano saldamente il partner commerciale primario con 131mila quintali importati, registrando una leggera crescita dei volumi che si scontra però con un calo del valore economico complessivo, diretta conseguenza dell'instabilità doganale d'oltreoceano. Se il blocco dell'Unione Europea consolida la sua posizione assorbendo 55mila quintali, a trainare l'espansione sono le piazze emergenti: il Regno Unito segna un +8,6 per cento, il Canada avanza del 16 per cento e l'Australia sfiora un incremento del 20 per cento. Proprio il mercato statunitense rappresenta il fronte politico più caldo per i vertici consortili. La disputa tariffaria, innescata originariamente nel 2019 dalle tensioni internazionali sul caso Airbus-Boeing, ha vissuto una nuova escalation nell'aprile del 2025, quando l'amministrazione Trump ha varato un nuovo schema di dazi reciproci culminato, ad agosto, con un'imposta minima del 15 per cento sui prodotti europei. Nonostante la dichiarazione di illegittimità di queste tariffe arrivata nel febbraio 2026, Washington ha immediatamente ripiegato sull'applicazione di un nuovo balzello generale del 10 per cento, tuttora in vigore, sfruttando la Section 122 del Trade Act del 1974, la clausola commerciale federale che conferisce al Presidente degli Stati Uniti il potere straordinario di imporre tariffe in caso di ampi e improvvisi deficit della bilancia dei pagamenti. Per disinnescare la barriera protezionistica, il Consorzio ha ingaggiato lo studio legale newyorkese Gibbons, avviando una serie di incontri istituzionali a Washington per costruire un consenso bipartisan al Congresso in favore dell'esenzione tariffaria, un'operazione diplomatica affiancata dal Ministero degli Esteri italiano che ha inserito l'ente sardo-laziale all'interno di una specifica Task Force governativa. La tutela del marchio procede parallelamente sul versante legale e sanitario. Mentre l'Ufficio statunitense dei marchi e brevetti ha dichiarato formalmente incontestabile il marchio tridimensionale di certificazione del formaggio, blindandolo dalle contraffazioni sul suolo americano in un momento negoziale estremamente delicato, in Centro America si moltiplicano le azioni diplomatiche – sostenute dalle ambasciate in Ecuador, Guatemala e Cile – per bloccare i tentativi di registrazione di nomi simili al toponimo "Romano". Sul fronte dei controlli qualitativi interni, il laboratorio regionale Laore è stato equipaggiato con una nuova tecnologia di analisi rapida per individuare tempestivamente eventuali latti estranei o agenti patogeni come la Listeria. L'espansione globale del prodotto è sostenuta da un massiccio piano di marketing internazionale finanziato da fondi europei e statali, con progetti mirati che spaziano dagli Stati Uniti al Giappone, passando per le principali fiere di settore di New York, Colonia e Sydney. Una strategia rivendicata con forza dal direttore del Consorzio, Riccardo Pastore, per il quale investire nella promozione significa «rafforzare il valore del Pecorino Romano sui mercati esteri e raccontare al mondo la storia, la qualità e il legame profondo di questo prodotto con i territori di origine», utilizzando queste vetrine come «uno strumento fondamentale per aumentare la conoscenza del nostro formaggio, sostenere le imprese della filiera e creare nuove opportunità di crescita». A tracciare la sintesi politica ed economica della campagna è il presidente dell'ente, Gianni Maoddi, che sottolinea in apertura la «solidità di una filiera che continua a crescere nonostante le difficoltà in un contesto internazionale complesso». L'analisi del vertice consortile evidenzia tuttavia l'anomalia del mercato interno, caratterizzato da una tenuta dei volumi ma da una «progressiva seppur ingiustificata diminuzione in termini di valore». L'attenzione torna inevitabilmente sul delicato scacchiere americano, dove la costruzione di un dialogo bipartisan al Congresso consente di guardare al futuro con fiducia, pur nella consapevolezza che «la situazione resta molto incerta, cosa che naturalmente non fa bene ai mercati che invece chiedono stabilità». Davanti a questo scenario fatto di luci commerciali e ombre geopolitiche, Maoddi chiude chiamando a raccolta la politica e le istituzioni regionali e nazionali, «a cui chiediamo di mettere in campo ogni azione utile per affiancare il nostro lavoro».

 

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